La superstizione aiuta gli atleti

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello Sport 

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Una ricerca tedesca dimostra che chi porta in campo un portafortuna o segue un rituale particolare prima di giocare ha delle performance migliori. Secondo gli esperti si tratta di un meccanismo mentale che stimola la sicurezza personale.

C’è chi non si fa la barba, chi si tocca i pantaloncini, chi fa rimbalzare la palla 4 volte e poi gira la racchetta, chi, prima di tirare il rigore, recita il suo “rituale mentale personale”…

 

Il mondo dello sport è pieno di scaramantici, che, secondo la scienza, hanno la loro ragione di esistere.

 

La dottoressa Marina Gerin Birsa, docente di Psicologia della Devianza e dei comportamenti a rischio nello sport dell'Università Salesiana di Mestre (VE) spiega che tutto si basa sul cd. "locus of control", la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.

 

Se il locus of control è esterno attribuiamo il nostro successo a fattori estranei, come il caso, la fortuna o la capacità di un amuleto di proteggerci.

 

Se invece è interno, l'individuo ha piena consapevolezza di sè e si affida solo alle proprie capacità per raggiungere la vittoria".

 

Tra gli sportivi prevale la prima situazione. Il cervello cerca una via di fuga, da rischi e fischi, e si aggrappa agli amuleti.

 

Non c'è niente di male, ma la Psicologa consiglia sempre di abbandonare, il prima possibile, la superstizione e tutti i suoi rituali, perché funzionano solo nel breve periodo e solo se funzionano.

 

Nel lungo periodo però, un atleta, per essere tale, deve poter contare solo su se stesso.

 


Testo a cura della Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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