COME GESTIRE LA FATICA

A cura della dott. Francesco Prisco – Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta sistemico-relazionale

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E-mail: info@francescoprisco.eu

 

 

Ti sei mai accorto dei tuoi muscoli quando si indurirscono e sei ai limiti di un crampo?

Il dolore è così forte da costringerci a sentirlo!

E invece ti sei mai accorto di quando è la testa è esserti “scappata via” dalla fatica?

Oppure sentita mai l’ansia acuirsi, prima di arrivare al “chilometro” della fatica?

Quali sono le caratteristiche fisiche e mentali della fatica?

Quali strategie possiamo usare per gestire al meglio il momento di crisi e non cedere all’idea:

“NON CE LA FACCIO PIÚ” che si concretizza spesso in gara?

La buona notizia è che la fatica si può gestire.

Siamo portati a credere che la stanchezza sia legata ad elementi solamente fisici e siamo abituati a percepire il nostro livello di affaticamento attraverso segnali, come dolore muscolare, mollezza, ritmo cardiaco e respiratorio accelerati ecc, ma la percezione della fatica non è esclusivamente frutto di segnali fisici, in quanto deriva da un processo più complesso, che coinvolge anche il nostro sistema nervoso centrale, cioè il nostro cervello.

 

I segnali fisici, che partono dal corpo, come la concentrazione dell’acido lattico, del glucosio ematico, frequenza cardiaca e respiratoria ecc.., giungono al cervello, nella zona sottocorticale, che mette insieme tali informazioni di cui siamo coscienti.

Da queste informazioni si generano delle emozioni e dei pensieri, che creano a loro volta ulteriori reazioni nel corpo.

 

Quando il vissuto emotivo ed i pensieri generati dai segnali legati all’affaticamento sono negativi, ansiogeni, le reazioni del nostro corpo si tradurranno in un maggior affaticamento, ad esempio attraverso un aumento della concentrazione del lattato.

Tale aumento diviene un ulteriore segnale che giunge nuovamente al sistema nervoso centrale, alimentando l’ansia e quindi, a cascata le reazioni fisiche successive peggioreranno ulteriormente.

 

È evidente come la complessità della fatica vada oltre il semplice affaticamento muscolare.

Ma cosa può causare il legame tra i segnali della fatica e la qualità dei pensieri e delle emozioni ad essi connessi?

 

I fattori possono essere diversi, come le caratteristiche di personalità dell’atleta, le esperienze passate che lasciano dei ricordi influenti sull’interpretazione della competizione in generale e, quindi, anche del significato da attribuire alla fatica ecc..

 

La preparazione mentale offre la possibilità di gestire al meglio i momenti di maggiore difficoltà, intervenendo nel circuito suddetto, modificando il vissuto emotivo ed i pensieri dell’atleta, facendoli divenire positivi e propositivi, migliorando la risposta del corpo.

 

Se i segnali corporei della fatica non vengono vissuti con significati negativi, ansiogeni, sarà possibile diminuire l’aumento dell’affaticamento e gestirlo al meglio.

 

Naturalmente non si vuole affermare che è possibile annullare la fatica, che rimane comunque un fattore molto utile per la gestione di sé, ma si può di certo lavorare per funzionare al meglio, anche in quei momenti in cui ci si sente sfiniti e continuare a gareggiare diviene complicato.

 

Esistono diversi programmi di mental training specifici per la gestione della fatica.

La scelta del percorso più utile sarà determinato da alcuni fattori imprescindibili come fattori personali dell’atleta, la disciplina praticata, le risorse presenti (sia individuali che relazionali e ambientali).

 

Soprattutto negli sport di resistenza molti atleti rivolgono sempre maggiore attenzione all’aspetto mentale/psicologico della fatica, a dimostrazione di come la sola preparazione atletica può non bastare per migliorarsi, per tornare ad esperire sensazioni positive nella pratica sportiva.

 


Testo a cura del Dott. Francesco Prisco

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