Quando il flow si spezza: il "piano B” – II parte

A cura della Dott.ssa Carla Putzu - Psicologa Psicoterapeuta

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Nella peak performance ci troviamo nel flow, stato ideale, in cui l’azione sportiva si svolge senza inceppi, accompagnata da piacevoli sensazioni di padronanza e auto-efficacia, in una dimensione quasi “a-temporale”, dove anche la fatica assume una valenza positiva.

Su tutto, abbiamo il completo controllo della prestazione, che eseguiamo tuttavia in totale automatismo, cioè in assenza di pensiero consapevole di ciascuna sequenza o movimento, quasi come fossimo in modalità “pilota automatico”.

Si tratta di una situazione apparentemente contraddittoria, perché l’automatismo esecutivo ci fa pensare a una assenza di controllo: tuttavia, come per le azioni o procedure altamente padroneggiate ed esercitate a lungo, ogni prestazione diventa automatica quando non è necessario controllare in modo sistematico ogni singolo movimento, ma è possibile eseguirla alla perfezione, dirigendo l’attenzione consapevole alla fluidità del processo intero.

 

Per esempio, immaginiamoci alla guida di una bicicletta o di un auto: quando siamo agli inizi dell’apprendimento, ed abbiamo appena imparato a guidare siamo concentrati su ogni singolo movimento e i nostri processi di controllo razionale investono ciascun passaggio necessario a ingranare la marcia, premere la frizione, lentamente staccare il piede e contemporaneamente accelerare. Ma quando diventiamo esperti non controlliamo più volontariamente questi passaggi, semplicemente li eseguiamo in sequenze automatiche, pur avendone pieno controllo, potendo dirigere la nostra attenzione al traffico, al paesaggio, e anche al piacere della guida stessa!

 

Quando tutto fila liscio questo è ciò che accade, ma il flow si può inceppare. Che fare?

 

È necessario allora avere pronta una procedura alternativa, programmata in via preventiva, per poterla eseguire in caso di inconvenienti. Il piano B rappresenta la condizione di secondo tipo, quella in cui l’energia è ancora elevata, l’attenzione è ancora efficace, ma la nostra prestazione necessita di maggiori feedback, di un livello di controllo volontario più profondo e consapevole.

 

Riprendendo l’esempio della guida, è come se ad un certo momento si accendesse una spia sul quadro, oppure sentissimo che la marcia non entra più. In quel caso, saremmo costretti a verificare cosa ha fatto accendere la spia, o dovremmo fare attenzione ogni volta che dobbiamo cambiare marcia, facendolo più lentamente, e non certo in modo automatizzato.

 

Quando qualcosa va storto, l’atleta inizia a controllare tutto ed è qui che compare l’errore, in quanto controllare indistintamente tutto è impossibile e controproducente!

 

Un suggerimento per chi sta affrontando una competizione e incontra degli imprevisti: essere allenati ad esercitare delle strategie cognitive, che abbiamo sperimentato essere per noi efficaci, in fase di allenamento e in gara.

 

Voi avete un piano B nel cassetto? Quali sono le vostre strategie cognitive?

 

Avete bisogno di una mano?


Testo a cura della Dott.ssa Carla Putzu

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