Perché pagare di più per avere di meno? Differenze tra psicologi sportivi e mental coach

 

A cura di Miriam Jahier, Vicepresidente PDS

 

 

Lo Psicologo dello Sport è Coach quando insegna dinamiche relazionali e comportamentali strettamente inerenti alla Psicologia e quando allena le abilità mentali, mentre il Coach è soltanto allenatore di comportamenti orientati al raggiungimento di obiettivi e risultati.

I due ruoli non sono distinti per lo Psicologo dello Sport, ma per il Coach – è qui la differenza – lo sono.

 

In questo quadro di portata così ampia della Psicologia nasce in America e si diffonde in Europa una nuova figura presa a prestito dal mondo sportivo e riconosciuta da qualche anno a livello europeo: si tratta del Coach Mentale (o Allenatore Mentale), che dovrebbe allenare soltanto gli aspetti comportamentali, facendo riferimento a quelli motivazionali, emotivi e comunicativi che contraddistinguono le persone, sensibilizzando l’individuo a una maggiore consapevolezza e innescando in lui cambiamenti nei processi mentali dell’attenzione e della focalizzazione.

 

In questo ambito operativo il Coach Mentale ricorre a quell’insieme di competenze che permettono di definire al meglio ogni obiettivo e le soluzioni ottimali per raggiungerlo. 

 

Tuttavia i Coach si attribuiscono talvolta competenze psicologiche che non hanno.

 

Avere una formazione che sensibilizza ed educa a lavorare sul funzionamento della mente umana dovrebbe consentire di assistere nel modo più corretto le persone nella prospettiva degli obiettivi che queste si propongono. Ma un conto è disporre di leve motivazionali e di protocolli (i cosiddetti strumenti del Coach) finalizzati a orientare i comportamenti verso il raggiungimento di obiettivi, un altro è sapere come funziona realmente la mente umana nella complessità dei suoi processi.

 

All’inizio la formazione psicologica era stata estesa a quanti lavorano nel settore del business, della finanza, del diritto, delle tecnologie avanzate e dell’educazione, per consentire, mediante opportune attività di insegnamento e tutoraggio, di trasmettere un bagaglio di competenze non soltanto tecniche: l’idea di base era motivare e supportare in forma più empatica chi si affidava ai Coach per valorizzare risorse e potenzialità.

 

Ma l’assenza di un’adeguata cultura psico-sportiva unita al fatto che a tutt’oggi non esiste una formula univoca che determini con sufficiente precisione i contorni di questa funzione è all’origine di una ambiguità da cui a volte scaturiscono spiacevoli fraintendimenti circa il vero ruolo dello Psicologo e quello del Coach, soprattutto quando al primo viene attribuito un campo di esclusiva pertinenza clinica e solo al secondo è riservato l’intervento sul potenziamento e l’allenamento delle capacità mentali in ambito sportivo e non.

 

Questa presunta ma del tutto errata ripartizione delle competenze è frutto di una chiave di lettura distorta, per cui è giunto il momento di fare chiarezza.

 

Si approfitta allora di questa sede per ricordare che l’attività di Coach può essere svolta da chiunque decida di intraprendere un percorso alternativo al proprio lavoro. Operai, architetti, ingegneri, assistenti sociali, economisti, avvocati, educatori ecc. possono acquisire attraverso corsi, purtroppo anche solo di uno o due weekend, una specifica metodologia comportamentale integrata da protocolli di intervento. Protocolli da utilizzare insieme alle metodologie apprese, ma con l’accortezza, che dovrebbe essere sempre raccomandata, di non attribuirsi competenze in campo psicologico.

 

Conoscenze superficiali e competenze che in questo caso non sono comprovate da alcuna certificazione.

 

Va però detto che oggi i corsi per la certificazione di Coach a livello europeo sono più specializzanti, più formativi e di durata almeno biennale: danno maggiori competenze sui processi psichici e sugli strumenti di lavoro da utilizzare. 

 

Per prevenire ogni risultato non preventivato oggi si sta correndo ai ripari attraverso una migliore regolamentazione della formazione del Coach, proprio perché si è constatato che alcuni di questi operatori hanno improvvisato, e in casi estremi anche millantato, percorsi formativi del tutto inesistenti. Per contro, il Coach è abilitato all’utilizzo di metodologie specifiche che vanno a integrarsi a competenze nella sfera della comunicazione: ve ne sono alcuni che allenano e formano rifacendosi alla metodologia SFERA (Sincronia-Forza-Energia-Ritmo-Attivazione), altri che si affidano alla PNL, vale a dire il metodo di Programmazione Neuro-Linguistica di Bandler, frutto dello studio dei risultati ottenuti nel settore della psicanalisi e connessi a tecniche di comunicazione e di condizionamento neuro-linguistiche. Ci sono poi Coach che abbinano la PNL alle Costellazioni Familiari, ossia la tecnica di analisi sulla personalità sviluppatasi nella Psicologia sistemica.

 

Nella teoria, tutte queste tecniche consentono ai professionisti che operano nel campo del business, in quello giuridico, a livello manageriale e in ogni attività basata sulla mediazione di migliorare la formazione delle risorse umane che si affidano a loro, cosicché queste possano apprendere le formule necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro in funzione di obiettivi professionali e anche esistenziali.

 

Nella pratica, in questo quadro così delineato sono più che mai evidenti schemi e metodologie mutuati dalla Psicologia, messi in atto dalla figura a sé stante del Coach Mentale, che così facendo si basa su un approccio pragmatico, concreto, ma essenzialmente di superficie e di ricalco dei modelli appresi.

 

Il suo traguardo consiste infatti nella stimolazione continua degli atleti e di chiunque altro si rivolga a lui per il conseguimento di determinati obiettivi. Per tale ragione il Coach è fortemente orientato al risultato, al punto di condizionare i comportamenti di coloro che segue affinché questi si attengano con scrupolo al protocollo individuato.

 

Ma occorre tenere presente che simili protocolli si avvalgono pur sempre di tecniche psicologiche, cognitive e comportamentali che rientrano per intero nella sfera della Psicologia.

 

Ma di fatto i Coach Mentali non conoscono, se non a livello di superficie, il portato teorico alla base di questi protocolli, perciò non sono in grado né di sondare la persona nelle sue potenzialità e nei suoi limiti, né di riconoscere, e tantomeno di supportare, quando essa vive possibili casi di crollo, burn-out, sovraccarico mentale, infortunio fisico o forte stress emotivo.

Ma non solo: i Coach Mentali non hanno una conoscenza teorica e approfondita delle caratteristiche e delle difficoltà specifiche dello sport di riferimento.

 

Quindi, riassumendo, lo Psicologo è anche Coach quando allena e insegna. Dal canto suo invece il Coach non è uno scienziato, quindi non è Psicologo dello Sport. Conosce solo i comportamenti e li allena modellandoli su protocolli d’intervento ricavati dal campo della Psicologia, che usa per raggiungere obiettivi e risultati.


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