ARTICOLI E NEWS

Requisiti “Scuola di Calcio Élite”

Con il fine di qualificare e valorizzare ulteriormente la ‘Scuola di Calcio’, il Settore Tecnico ed il Settore Giovanile e Scolastico considereranno ulteriori indicatori di qualità.

A tal proposito, le ‘Scuole di Calcio’ potranno essere riconosciute ufficialmente come “Scuola Calcio Élite”, qualora rispondano ai seguenti ulteriori requisiti :

Sviluppo di un progetto formativo continuativo nel corso della stagione sportiva, realizzato attraverso la collaborazione con uno “Psicologo dello Sport” di provata esperienza con specifica qualifica ed iscritto al relativo all’albo professionale, quale esperto dello sviluppo delle relazioni umane.

PERFORMANCE, STRESS E VARIABILITÀ CARDIACA

A cura della dott.ssa Lorenza Bicchieri - Psicologa e Psicoterapeuta

email: lorenza.bicchieri@gmail.com

 

 

Tutti abbiamo esperienza del fatto che la nostra Frequenza Cardiaca (FC), ma anche la nostra Pressione Arteriosa (PA), è variabile in funzione di molti stimoli.

L’esercizio fisico, le emozioni o gli stressor acuti, ne sono solo alcuni esempi.

In condizioni normali, queste modificazioni sono temporanee, ossia i parametri fisiologici ritornano ai livelli basali per la persona al termine della sollecitazione.

Queste reazioni sono regolate dalle due branche del Sistema Nervoso Autonomo: il Sistema Simpatico, la cui attività provoca sul sistema cardiovascolare un aumento della FC e della PA, ed il Sistema Parasimpatico, che invece esercita l’effetto opposto. 

Quando la condizione psico-fisica è ottimale, l’attività di questi due sistemi è in equilibrio (bilanciamento simpato-vagale) e l’individuo in genere percepisce soggettivamente un adeguato stato di benessere e non rileva sintomi particolari.

Può accadere che, pur in condizione di benessere percepito, possa invece sussistere una situazione dove questo bilanciamento viene meno.

In questo caso il soggetto è esposto ad un maggior rischio di manifestare disturbi psicosomatici e, nello sportivo, un calo di performance, overtraining ed infortuni.

Esiste un indice oggettivo e scientificamente validato, in grado di evidenziare l’equilibrio della  bilancia simpato-vagale, ed è la Variabilità della frequenza cardiaca (HRV-heart rate variability). Questo parametro viene calcolato a partire dalla misurazione del tempo che intercorre tra un battito cardiaco e l’altro (intervallo interbattito), in condizioni di riposo.

Più una persona è in buona salute e riposata, più la HRV è alta, a significare che i due   sistemi svolgono il loro compito correttamente, bilanciandosi a vicenda.

L’affaticamento, i carichi di lavoro eccessivi o il recupero inadeguato, lo stress eccessivamente prolungato, abbassano la HRV ed indicano quindi la mancanza di equilibrio tra l’attività dei sistemi simpatico e parasimpatico.

Il disequilibrio generalmente consiste in un’incapacità del sistema vagale di riportare l’organismo in condizioni di riposo e recupero.

La HRV può essere allenata attraverso semplici esercizi di respirazione, meglio se attraverso biofeedback, che agiscono stimolando l’attività vagale. Ciò consente all’atleta di migliorare le proprie performance attraverso varie vie:

  • individuazione precoce e prevenzione di situazioni di sovraccarico (overtraining e/o overreaching), data la possibilità da parte del coach di adattare e personalizzare le tabelle di allenamento alle condizioni fisiche, rilevate oggettivamente;
  • potenziamento della propria capacità di recupero da parte dell’atleta;
  • l’allenamento della variabilità cardiaca, portando ad una maggiore efficienza cardiorespiratoria, ha come diretta conseguenza un miglioramento della resistenza fisica.

É inoltre dimostrato che allenare la HRV ha numerose ricadute positive in tutte le situazioni in cui è coinvolta un’eccessiva attività del sistema nervoso simpatico, come per esempio sulla gestione dell’ansia da prestazione o su molti disturbi psicosomatici.

Il training della variabilità cardiaca (HRV training), al pari dei training di rilassamento e di altre abilità mentali, fa parte del bagaglio di competenze dello psicologo dello sport.

 

Bibliografia:

Lehrer, P. M. & Gevierts, R. (2014). Heart Rate Variability biofeedback: how and why does it work? Frontiers in Psychology, 5, 756. http://doi.org/10.3389/fpsyg.2014.00756.

Jiménez, M. S. & Molina Mora, J. A. (2017). Effect of Heart Rate Variability Biofeedback on Sport Performance, a Systematic Review. Applied psychophysiology and Biofeedback, Jun 1. don: 10.1007/s10484-017-9364-2.


Testo a cura del Dott.ssa Lorenza Bicchieri

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ANSIA PRESTATIVA

A cura della dott.ssa Miriam Jahier - Psicologia clinica e dello sport

Cell: +39 333.6009338

Sito internet: www.mindtrainer.it

E-mail: m.jahier@mindtrainer.it - info@mindtrainer.it

 

 

L’ansia prestativa è una delle componenti dell’ansia, ma non è l’unica.

Quando si parla di ansia, intanto, si fa riferimento ad uno stato emotivo temporaneo, che porta a provare sensazioni fisiche di tensione, non necessariamente negative. Si va dall’eccitazione all’affanno, dall’agitazione alla paura.

Nello specifico, l’ansia modifica diversi parametri, tra cui gli aspetti cognitivi, emotivi e fisiologici, con conseguenti risposte comportamentali, che vanno dalla prontezza e attacco fino alla paura e fuga o al blocco psicomotorio.

Nello sport, e non solo, esistono diversi tipi di ansia che riguardano l’ansia da prestazione, riferibile a una situazione specifica contestuale, come una gara, esami o il parlare in pubblico:

  • ansia anticipatoria, che mobilita risposte cognitive anticipatorie dell’evento con conseguenti pensieri di preoccupazione e tensioni emotive di agitazione e panico;
  • ansia di stato, che hanno tutti e che si riferisce a una mobilitazione di risposte neurofisiologiche e comportamentali temporanee, con il conseguente recupero e ritorno al livello basale non appena termina la situazione che si sta affrontando;
  • ansia di tratto invece si riferisce a un aspetto o “tratto “ stabile della personalità, legato a situazioni di vita pregressa. Ha a che fare con componenti sia fisiologiche che ambientali, che si sono fissate nella personalità, determinandone rigidità strutturali e somatizzazioni fisiche.

Nel corso di una prestazione, fisica o mentale, chi ha l’ansia di tratto partirà con un livello di soglia di tensione più alto rispetto a chi non ce l’ha e finita la prestazione non riuscirà mai a raggiungere il livello di base.

Questa situazione determina delle continue tensioni, a livello cognitivo, muscolare ed emotivo, con la conseguente caduta prestazionale.

 

L’Ansia è, infine, strettamente connessa con l’energia o arousal e nello specifico ad una eccessiva attivazione di energia rispetto al compito che si deve affrontare. L’arousal o Energia è legato a componenti fisiologiche e motivazionali. Ognuno ha il suo livello e va individuato, al fine di individuare poi quello ottimale e allenarlo, per arrivare alla fine della prestazione. Se si ha poca energia non c’è attivazione e ci si annoia; se ce n’è troppa, questa termina prima della fine della prestazione oppure si trasforma in ansia.

 

Per arrivare allo stato di flusso o flow (Hanin 1997 IZOF) è necessario che le abilità di ognuno siano proporzionali al livello di difficoltà del compito e che l’attivazione sia quella ottimale per l’individuo, né troppa, né troppo poca, con uno stato di calma emotiva ed una certa freddezza e lucidità cognitiva.

 

Questo permette di essere concentrati per tutta la durata della prestazione, cioè di rimanere a focus.

Modello di Flow di Hanin 1997

COSA FARE

Per raggiungere questo stato ottimale esistono dei programmi specifici basati sulla riduzione dell’ansia corporea e di quella cognitiva.

La metodologia utilizzata può essere sintetizzata in un acronimo facilmente memorizzabile: P.A.S.S.I.

 

- P: punti di forza, cioè individuare le abilità e le competenze necessarie per raggiungere le prestazioni ottimali (a livello fisico, tecnico, mentale, tattico);

 

- A: attivarsi, cercando il livello ottimale per essere focalizzato sul compito, definendo il range entro cui stare. Definire gli obiettivi di prestazione e che siano misurabili e concreti;

 

- S: sintonizzarsi ovvero rilassare il corpo e trovare il giusto livello di concentrazione al compito in modo da sapere sempre a cosa prestare attenzione;

 

- S: sincronizzarsi ovvero percepire l’ambiente circostante, cercando di essere fluido, integrato e in armonia e a proprio agio. Sii presente nella situazione;

 

- I: interiorizzare le sequenze allenate a livello corporeo e mentale in modo che diventino delle routine. Questo permette di essere sempre a focus, lucido, concentrato e calmo.

 

La preparazione mentale, in definitiva, identifica e allena le caratteristiche che un atleta deve avere per essere al massimo, da un punto di vista mentale, oltre a dare indicazioni ai tecnici e a migliorare la comunicazione ai diversi livelli tra atleta e tecnico, tra atleti e tra atleta e dirigenza.

 

Riferimenti:

  • R. Butler- Psicologia e Attività Sportiva –Il pensiero scientifico Editore
  • M.Jahier- Programmi di intervento gestione ansia somatica “Performance e Benessere” – www.mindtrainer.it
  • Saibene, Rossi, Cortili – Fisiologia e Psicologia degli Sport – Zanichelli

Testo a cura del Dott.ssa Miriam Jahier

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GOAL SETTING E COSTRUTTIVISMO - II parte

A cura di:

Dott.ssa Francesca Del Rizzo – Psicologa Psicoterapeuta

Email: francesca.delrizzo@tin.it

Dott.ssa Gloria Pavesi – Psicologa Psicoterapeuta

Email: studio.gloriapavesi@gmail.com

 

 

 

Il goal setting è il processo di formulazione degli obiettivi di lavoro, in grado di dirigere l’intenzionalità, stimolare l’impegno e mantenere l’azione nel tempo.

 

Anche in ambito sportivo fissare degli obiettivi è un elemento importante, ma non fondamentale, per favorire la motivazione degli atleti. Questo è particolarmente vero quando gli obiettivi prefissati possiedono alcune caratteristiche specifiche:

  • gli obiettivi vanno formulati in modo specifico e devono essere misurabili e verificabili;
  • vanno programmati a breve, medio e lungo termine, in modo da favorire un lavoro sequenziale, costantemente monitorato nel tempo e guidato da feedback (vedi anche Gould, 2006);
  • occorre stabilire obiettivi difficili, ma realistici: tenendo in considerazione il livello di abilità e di impegno, più elevato è l’obiettivo migliore sarà la prestazione;
  • la definizione degli obiettivi è maggiormente efficace se l’atleta viene coinvolto nel processo.

Esistono principalmente due classi principali di obiettivi:

  •  i mastery goals o obiettivi di padronanza, che si riferiscono sostanzialmente ad obiettivi di miglioramento personale, in cui il termine di paragone è la propria personale prestazione. Gli obiettivi di padronanza hanno dimostrato la loro efficacia nel promuovere il miglioramento e sostenere la motivazione a tutti i livelli e ad ogni età;
  •  i performance goals o obiettivi di prestazione/risultato, che puntano al raggiungimento di un preciso risultato agonistico ed il termine di paragone è la prestazione degli avversari. L'effetto degli obiettivi di prestazione/risultato sembra essere mediato dalle teorie che gli atleti hanno su se stessi, relativamente alle proprie abilità e dal loro senso di autoefficacia ed in effetti sembra essere particolarmente positivo solo in alcuni atleti di élite.

 

Il Goal Setting in ottica costruttivista nello sport

All’interno di una cornice costruttivista, il goal setting si configura come un processo volto a favorire l’esplicitazione delle dimensioni di significato che portano alle scelte dell’atleta. Inoltre, coinvolgendo l’allenatore, diviene utile nella pianificazione di una strategia di allenamento basata sulla rilevanza degli obiettivi da parte dell'atleta e sulla comprensione reciproca dei presupposti da cui ciascuno parte.

 

L’atleta, in quanto ‘esperto di se stesso’, elabora e definisce, anche in collaborazione con psicologo ed allenatore, le caratteristiche della sua prestazione che ritiene importanti e che vuole migliorare. L’allenatore o lo psicologo, ‘esperti’ rispetto alle metodologie, lo aiutano nella scelta di strategie adeguate per poter migliorare la performance (Butler, 1997).

 

Come? Nella terza parte ci addentreremo infine nel concreto dell’intervento, illustrandone uno dei principali strumenti di lavoro.

 

Bibliografia

  • Butler R. (1997). Sport Psychology in Performance. Oxford: Butterworth Heinemann.
  • Cei, A. (1998). Psicologia dello sport. Bologna: Il Mulino.
  • Locke E.A., Latham G.P., Saari, L.M., Shaw K.N. (1981). Goal Setting and Task Performance: 1969 – 1980. Psychological Bulletin 90: 125-52.
  • Roberts, G.C. & Kristiansen, E. (2013). Motivation and Goal setting. In S. J. Hanrahan & M. B. Andresen (Eds.), Routledge Handbook of Applied Sport Psychology. New York: Routledge.
  • Roberts, G. C. (2001). Understanding the dynamics of motivation in physical activity: The influence of achievement goals on motivational processes. In G.C. Roberts (Ed.), Advances in motivation in sport and exercise (pp. 1-50). Champaign, IL: Human Kinetics.
  • Roberts, G.C., Treasure, D.C. & Conroy, D.E. (2007). Understanding the dynamics of motivation in sport and physical activity: an achievement goal interpretation. In G.Tanenbaum & R.E. Eklund (Eds.) Handbook of sport psychology (3rd Ed. pp. 3-30). Hoboken, NJ: Wiley.

Dott.ssa Francesca del Rizzo

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Dott.ssa Gloria Pavesi

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COSTRUTTIVISMO E SPORT - I parte

A cura di:

Dott.ssa Francesca Del Rizzo – Psicologa Psicoterapeuta

Email: francesca.delrizzo@tin.it

Dott.ssa Gloria Pavesi – Psicologa Psicoterapeuta

Email: studio.gloriapavesi@gmail.com

 

 

 

La Psicologia dei Costrutti Personali (PCP), elaborata da Kelly, nel 1955, considera la persona come una unità irriducibile ed organizzata, in continuo sviluppo e sostanzialmente impegnata nel dare attivamente senso e significato alla propria esperienza.

 

La dimensione minima che sta alla base di questa attività viene denominata "costrutto": attraverso i costrutti personali le persone canalizzano l'esperienza ed il suo movimento nella vita: grazie alle sue costruzioni, la persona infatti anticipa cosa avverrà in seguito alle sue azioni e di conseguenza opera delle scelte.

 

I costrutti sono considerati, non come delle entità “reali”, ma come elementi di discriminazione operati dall’individuo: chiavi di lettura che rendono il mondo comprensibile, senza le quali “il fluire degli eventi apparirebbe come indistinto e privo di senso” (Kelly, 1955).

 

In merito alla motivazione che muove le persone, Kelly parte dal presupposto che le persone non siano mosse da premi o punizioni o da istinti, ma che siano esse stesse forme di movimento. Le possibilità di movimento che ciascuno di noi costruisce per sé dipendono dal significato che diamo alla realtà.

 

Le scelte che compiamo orientano il movimento verso l’alternativa che prevediamo permetta le maggiori possibilità di sviluppo del nostro sistema e della nostra esperienza.

 

Secondo la PCP queste scelte non sono necessariamente consapevoli.

 

Intervento in psicologia dello sport a sfondo costruttivista

Il fuoco di interesse dell’intervento costruttivista in ambito sportivo è rappresentato dalla persona che fa sport e dal significato che dà senso al proprio mondo e al proprio agire nel mondo sportivo.

 

Ogni atleta ha proprie teorie su di sé, sulla sua prestazione, sul suo funzionamento, sulla sua relazione con l'allenatore, sull'allenatore... e così via.

Queste teorie vengono costantemente messe alla prova dell'esperienza e, nel momento in cui si rivelano inadeguate, possono essere modificate.

 

Il ruolo dello psicologo è quello di comprendere il modo in cui l’atleta attribuisce significato alla propria esperienza attraverso lo sport, aiutandolo a portare ad un maggiore livello di consapevolezza le sue "teorie", per poter raggiungere una maggior capacità di azioni efficaci ed una migliore padronanza di sé.

 

Strumento centrale dell’intervento è la relazione, tesa alla comprensione. Una relazione paritetica, aperta all’influenza reciproca, rispettosa dei diversi modi di vedere il mondo di chi vi partecipa ed aperta all’assunzione di nuovi punti di vista per ricostruire gli eventi, senza considerare nessuno di essi come verità assoluta o definitiva.

 

L’atleta diventa attivo: esce dal ruolo di chi riceve passivamente istruzioni e partecipa ponendo al centro della relazione la propria esperienza e le proprie dimensioni di significato, in qualità di esperto di se stesso.

 

Quali sono le implicazioni per l'atleta?

Ne discuteremo nella seconda parte dell’articolo…

 

Bibliografia

  • Bannister, D. & Fransella, F. (1971). Inquiring man. The psychology of personal constructs. Harmondsworth: Penguin books. Trad. it. L’uomo ricercatore, Firenze: Martinelli, 1986.
  • Kelly, G.A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. Vol. 1 e 2. New York: W. W. Norton.Kenny, V. & Gardner, G. (2013). Le due psicologie della comprensione e della manipolazione, http://www.oikos.org/ldpdc.htm dal sito: http://www.oikos.org
  • Maturana, H. & Varela, F. (1987). L'albero della conoscenza. Milano: Garzanti.

 


Dott.ssa Francesca del Rizzo

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Dott.ssa Gloria Pavesi

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DUE PAROLE SULLA "PSICOLOGIA DELLO SPORT"

A cura della Dott.ssa Patrizia Multari – Psicologa delle Organizzazioni, dello Sport e del Benessere

Cell: +39 3331959689

Email: patrizia.multari@gmail.it

 

 

Con il termine sport si intende “qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”.

Se lo sport migliora lo stato psicologico dell’individuo, allo stesso modo la psicologia, se applicata in maniera sistematica e appropriata, può contribuire a migliorare l’approccio allo sport da parte del giocatore, dell’appassionato, del tecnico nonché sviluppare una mentalità vincente e sicura da parte dell’atleta.

La Psicologia dello Sport è (a) lo studio dei fattori mentali e psicologici che influenzano e sono influenzati dalla partecipazione e dalla prestazione nello sport, nell'esercizio e nell'attività fisica e (b) la applicazione delle conoscenze acquisite attraverso questo studio che ogni giorno viene effettuato.

La Psicologia dello Sport professionale è interessata a come la partecipazione allo sport, all'esercizio ed all'attività fisica possa accrescere lo sviluppo personale ed il benessere durante l'intero arco della vita.

Lo psicologo dello sport è un professionista, laureato in Psicologia, abilitato e iscritto all’albo A dell’Ordine degli Psicologi, che ha seguito un ulteriore percorso formativo specifico in psicologia dello sport e ulteriori training nell'ambito della psicologia clinica o delle organizzazioni.

 

I ruoli professionali che può assumere dipendono, pertanto, dalla sua formazione e dai suoi interessi. Può essere rivolto allo sviluppo di interventi con allenatori, atleti e gruppi, spaziando dallo sport di alto livello allo sport per tutti, dai bambini, agli adulti e agli anziani. Può lavorare con gli enti locali e le organizzazioni sportive allo sviluppo di politiche di promozione dello sport praticato dai cittadini e nel monitorare sul territorio l'impatto di questi interventi.

 

Attualmente lo Psicologo dello Sport, fornisce la propria consulenza a singoli atleti, a società e federazioni sportive, ad enti pubblici e privati, ad istituzioni con la finalità di perseguire i seguenti obiettivi:

· offrire informazioni sui fattori psicologici dello sport;

· migliorare l'apprendimento dello sport;

· aiutare i giovani a maturare con lo sport;

· preparare un programma di preparazione mentale personalizzato

· effettuare consulenza tecnica;

· utilizzare le dinamiche di gruppo;

· eseguire una valutazione psicodiagnostica;

· mirare al benessere psicofisico di soggetti di ogni fascia di età.

 


Testo a cura della Dott.ssa Patrizia Multari

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UNA TRIADE VINCENTE: PSICOLOGIA + ALIMENTAZIONE + SPORT

A cura della Dott.ssa Patrizia Multari – Psicologa delle Organizzazioni, dello Sport e del Benessere,  esperta in Alimentazione Naturale e nei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Cell: +39 3331959689

Email: patrizia.multari@gmail.it

 

 

Il contenuto del presente articolo riguarda il sostegno psicologico e di consulenza in alimentazione naturale rivolto ad alcuni body builders over-40 e/o a migliorare l’efficienza e l’efficacia dei loro allenamenti di preparazione al campionato nel Nord Italia della specialità.

 

Alcuni cultori del fitness hanno risposto tempo fa alle mie offerte di consulenza, fatte in una palestra del territorio piemontese, atte a migliorare le loro prestazioni, perché si sentivano deficitari a seguito di risultati ritenuti non adeguati alle loro aspettative, con conseguente diminuzione dell'autostima e peggioramento dell'umore.

Tendenzialmente, la forma fisica dovrebbe essere garanzia di ottimi risultati, laddove l'atleta la curi in modo armonico.

Tuttavia l'allenamento in palestra da solo non basta a determinare un fisico prestante: occorre integrarlo con un'alimentazione, equilibrata e bilanciata, in modo tale da fornire a tutto il corpo tutti gli alimenti necessari ad affrontare uno sforzo intenso e repentino.

Uno sport anaerobico, come quello praticato nel body building, richiede un'alimentazione di supporto, carica di carboidrati, per rifornire al corpo l’energia necessaria.

In sostanza una alimentazione efficace è costituita da una grande varietà di cibi, correttamente bilanciati e adeguati in rapporto al loro apporto calorico.

 

A questi atleti ho suggerito un programma alimentare personalizzato, stabilendo orari dei pasti più idonei e nel contempo preservando i gusti e le preferenze personali, per sostenere meglio i vincoli alimentari che l’attività di potenza richiede.

Le tecniche di rilassamento, la mindfulness, la musicoterapia e la cromoterapia hanno costituito un terreno fertile per accentuare le loro performance e riacquistare stima in se stessi.

 

Sono intervenuta con un programma di mental training per curare i dettagli del loro allenamento ideomotorio.

“L’ osservazione sul campo” ha permesso agli atleti di analizzare gli aspetti deficitari del loro allenamento, dandogli modo di accrescere fiducia ed autostima e di rinsaldare il pensiero positivo.

 

Gli esiti conseguiti nel campionato Nord Italia sono stati pari agli obiettivi auspicati tanto da continuare ad affidarsi allo psicologo dello sport per migliorare il loro benessere psicofisico.

 

Considerazioni conclusive

Il lavoro svolto con i body builders piemontesi ha permesso di  confermare l'importanza della dimensione psicologica connessa alla forma fisica e all'alimentazione naturale e di poter auspicare ottime performance, grazie all’intervento concertato su tutti i fattori chiave dell’atleta.

 

Riferimenti  Bibliografici

Le Tecniche di Mental Training, Psymedisport Group

Manarolo G. , 2009, Rivista Musica e Terapia, Cosmopolis Edizioni, Torino

Sanfo V., 2009, Cromoterapia. Guarire con i Colori, A.e.me.tra Edizioni,Torino

Schultz J. H, 1968, Il training  autogeno:esercizi inferiori e superiori , Feltrinelli,  Milano

Cerlati P., discografia  su Discogs.

 


Testo a cura della Dott.ssa Patrizia Multari

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DANZARE PER LA MENTE

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

Email: fitnessformind@gmail.com

 

 

La danza è un importante strumento di espressione globale della persona, per la sua capacità di sostenere il benessere attraverso la manifestazione delle emozioni L’uso delle potenzialità terapeutiche della danza in una forma più sistematica viene ormai chiamata “danzaterapia”,  che unisce mente e corpo e che si pone l’obiettivo di favorire e sostenere il benessere, la salute mentale e lo sviluppo psicologico.

 

Attraverso gli interventi di danzaterapia è infatti possibile lavorare stabilendo obiettivi generici, volti al miglioramento del benessere psicologico o delle abilità mentali o seguendo programmi specifici. 

Le aree psicologiche su cui è possibile intervenire sono:

  • l’area cognitiva, in cui è possibile migliorare alcune competenze, come lo schema corporeo, l’apprendimento di concetti o l’uso di simboli;
  • l’area emotiva, in cui è possibile incrementare la capacità di manifestare positivamente dei vissuti emotivi, sostenendo il superamento di paure e fobie e migliorando la stima di sé;
  • l’area relazionale, in cui spesso si lavora per migliorare le relazioni personali, i rapporti di coppia o per diminuire forme comportamentali disadattive;
  • l’area psicomotoria, in cui è possibile migliorare l’orientamento spaziale e la coordinazione motoria in relazione a prassi specifiche oppure generalizzate.

Spesso la danzaterapia viene adottata a supporto di altri metodi oppure come forma esclusiva di cura.

Gli incontri di danzaterapia non hanno mai controindicazioni e possono essere rivolti a singoli individui, a coppie oppure a gruppi: la scelta del contesto in genere viene effettuata in relazione ai metodi e alle necessità relativi alla problematica specifica che si sta trattando.

 

Anche per questo, dovrai rivolgerti ad uno Psicologo dello Sport che abbia una specifica preparazione in merito. Vuoi contattarne uno?

 

 

BIBLIOGRAFIA - DANZARE PER LA MENTE

 

Benezon R., 1984, Manuale di musicoterapia, Borla, Milano.

Chodorow J., 1998, Danzaterapia e psicologia del profondo.L’uso psicoterapeutico del movimento espressivo profondo e rituale, Edizioni Red.

Delle Chiaie R. Brunetti G., Marconi P.L., 1991, Aspetti psicologici della danza: uno studio psicometrico. In Perugia L., Leoni P., Manganaro M., Dottore...io danzo. Problemi di medicina per la danza, Editrice Sigma-tau, Roma.

Garcia M.E., 1987, Educazione al movimento e alla danza nella scuola elementare. In Quaderni di musica applicata, 9, 205-212.

Lestè A., Rust J., 1984, Effects of dance on anxiety. In Perceptual and Motor Skills, 58, 767-772.

Matto S., 2005, Dispense master biennale in psicodanzaterapia, manoscritto cartaceo, Palermo.

Payne H., 1992, Dance movement therapy: theory and practice, Tavistock/Routledge, London.

Vera D’Aragona P., 1986, Curarsi danzando. Il movimento come psicoterapia. In Riza Scienze, 13, 1-96.

Vignoli S., 1973, La danza come educazione, Savelli, Roma.

Zocca D., 2004, Laboratorio danza. Attività di movimento creativo con i bambini, Erickson,Trento.

 

Fonte: www.benessere.com

 


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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"THE SECOND IS THE FIRST LOSER"...VERO O FALSO?

A cura della Dott.ssa Stefania Ortensi, Staff Psicosport

Cell: +39 0331 411984

Email: psicosport@psicosport it

 

 

Prendiamo spunto dalla pluri citata frase di Enzo Ferrari, molto diffusa nel mondo dell'agonismo. Il secondo è davvero il primo degli ultimi?

Dipende!

Da che cosa?

Da che tipo di obiettivi si è posto l’atleta.

La differenza nella percezione di un secondo posto risiede nella modalità in cui si sono pianificati gli obiettivi nel lavoro di preparazione dell’atleta.

Esistono infatti obiettivi di prestazione, orientati al “fare bene” e alla qualità della performance e obiettivi di risultato, basati sulla posizione in classifica che si vuole raggiungere. Certamente è bene che un atleta consapevole rifletta su entrambe le cose, ma dal punto di vista motivazionale è sempre consigliato prediligere obiettivi di prestazione per due ragioni.

Innanzitutto, perché lavorare sulla prestazione innalza la qualità della nostra performance e di conseguenza i nostri risultati in termini di punteggi o classifiche necessariamente miglioreranno. In seconda analisi perché concentrarsi prevalentemente sul risultato significa porsi degli obiettivi per il raggiungimento dei quali molto dipende da fattori esterni, che non possiamo controllare: in primis gli avversari e le loro performance.

Avere obiettivi di cui non si possiede il pieno controllo generalmente genera nell’atleta ansia e frustrazione e paradossalmente possono diventare un ostacolo alla prestazione. Ad esempio pensare al punteggio o alle prestazioni avversarie durante la propria prova, anziché concentrarsi solo sul “qui ed ora” e sulla prestazione in quel momento agita, può diventare un fattore altamente distraente.

Stabilire quindi degli obiettivi di prestazione personali, chiari e precisi è uno dei principali metodi per incrementare la propria performance, mantenere alto il livello di impegno e non perdere motivazione.

 


Testo a cura della Dott.ssa Stefania Ortensi

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TARGET PANIC: come gestire il “blocco dell’ariete"

A cura della Dott.ssa Stefania Ortensi, Staff Psicosport

Cell: +39 0331 411984

Email: psicosport@psicosport it

 

 

Target panic, Paura del giallo, Malattia della carta: sono alcune delle tante forme che si usano per descrivere il panico del bersaglio, una forma di ansia da prestazione che colpisce l’arciere quando tira in gara e in allenamento.

 

Come un vero e proprio blocco, che non consente di arrivare al centro del bersaglio, i sintomi principali di questo problema sono:

  • irrigidimento del corpo dell’arciere, che non riesce più a comandare il movimento corretto (il braccio dell'arco si blocca, difficoltà di eseguire un ancoraggio corretto, problemi ad uscire correttamente dal clicker),
  •  incapacità di eseguire lo sgancio della freccia al momento opportuno (il rilascio è anticipato o ritardato, le frecce partono da sole),
  • difficoltà di posizionare il mirino sul giallo (impossibilità di mantenere la mira).

Si è discusso molto su quelle che possono essere le possibili cause.

 

Tra le più frequenti troviamo, per esempio, un allenamento troppo intensivo o agonismo troppo precoce a fronte di assenza o inadeguata preparazione mentale. E’ infatti documentato che la mancanza di visualizzazione mentale del tiro, di una tecnica di concentrazione personalizzata dell’atleta e di coordinazione della respirazione siano importanti fattori di influenza nell’insorgere di questo fenomeno.

Certamente anche l’utilizzo di libbre maggiori rispetto alle proprie possibilità o aver iniziato a tirare con un arco-scuola troppo potente sono elementi che possono influire negativamente sulla capacità di concentrazione e quindi indurre maggiormente all’errore rendendo l’arciere più insicuro.

 

Anche l’esasperazione del gesto tecnico con eccessiva concentrazione sulla mira e conseguente stanchezza mentale può portare ad anticipare o ritardare l’esecuzione del tiro penalizzando la prestazione.

 

Se è fuor di dubbio che alla base di questo problema giochi un ruolo fondamentale la componente mentale, alcuni possibili rimedi possono coinvolgere anche le dinamiche di allenamento ed essere adottati sulla linea di tiro:

  • può risultare utile spostare l’attenzione sull’attività muscolare evitando quindi di concentrarsi sulla mira e iniziare a tirare su distanze brevi da aumentare gradualmente, tirare “a paglia” oppure tirare al buio (o ad occhi chiusi) o mirando a dei palloncini. Questo consentirà all’arciere di evitare di giudicare il proprio tiro e di concentrarsi solo sulla propriocezione del gesto.
  • lavorare sul ritmo di tiro utilizzando un metronomo o cronometrando i tempi, può aiutare a togliere importanza alla mira e trovare dei tempi di esecuzione ottimali.
  • definire di obiettivi personali specifici, misurabili e realistici, che tengano conto dei i propri limiti e delle proprie potenzialità e che prevedano una progressione in crescendo nel tempo.
  • creare routine di concentrazione pre-gara, pre-tiro e post-errore. I rituali infatti alimentano per definizione sicurezza, fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.
  • Usare inoltre la respirazione diaframmatica profonda e il rilassamento muscolare progressivo contraendo e decontraendo i gruppi muscolari coinvolti (per es. le spalle) può diventare un valido aiuto per ridurre efficacemente lo stress e l’ansia da competizione.

Non da ultimo, concentrarsi sulla singola freccia, visualizzando ripetutamente il gesto tecnico, anche a differenti velocità e scomponendolo nelle sue fasi, aiuta a correggere, automatizzare e perfezionare la propria routine di tiro.

 


Testo a cura della Dott.ssa Stefania Ortensi

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LA DIPENDENZA DALLO SPORT – III parte

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

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Tutti sanno che il controllo di ogni cosa non solo non è possibile, ma che, anzi, chi lo persegue, non ha pace… ed ecco che, allora, lo sport diventa come una droga per il cervello.

 

Molti studi hanno cercato di stabilire quali meccanismi neurobiologici sono implicati nella trasformazione dello sport in un farmaco che può aiutare, in giuste dosi, a superare disagi psicologici cronicizzati, come ansia e depressione, ma che può anche diventare una droga, in grado di produrre piacere, così come veri e propri sintomi di astinenza fisica.

 

Quello che sembra chiaro è la grande capacità dello sport di attivare la disponibilità della “dopamina” e delle cosiddette “beta-endorfine”, sostanze chimiche endogene del cervello dall’effetto simile agli oppioidi, come eroina e morfina. L’ipotesi conseguente è che lo sport, soprattutto quello aerobico, può attivare la dipendenza in virtù della sua capacità di sostenere l’alta disponibilità di queste sostanze di cui il cervello legge l’assenza attraverso i sintomi dell’astinenza.

Allora, è importante comprendere che esistono delle componenti psicologiche che tendono ad alimentare questo tipo di problematica.

 

L’interruzione della pratica sportiva non rappresenta, di per se stessa, la guarigione dal problema, di cui vanno ricercate e risolte, se necessario con l’aiuto professionale, le cause psicologiche sottostanti che potrebbero altrimenti canalizzarsi verso altri sintomi.

Non è raro infatti, ad esempio, che il tentativo superficiale di interruzione della dipendenza sportiva in una atleta con disturbi del comportamento alimentare che la utilizza per il controllo del peso, possa aggravare la problematica connessa al controllo del cibo.

 

E’ per tale ragione che un intervento qualitativo deve innanzitutto mirare a ridare il giusto posto al corpo, aiutando a ritrovare il proprio ritmo e le potenzialità dell’organismo attraverso ilrecupero del significato più puro dello sport: quello di permettere la positiva espressione del più profondo e autentico Sé, anche attraverso la propria immagine esteriore.

 

Questo tipo di intervento può essere proposto dallo Psicologo dello Sport o da altri specialisti in grado di riportare il livello di benessere dell’atleta a livelli normali.

 

 

BIBLIOGRAFIA - LA DIPENDENZA DALLO SPORT

 

  • Bamber D., Cockerill I.M., Rodgers S., Carroll D., 2000, “It’s exercise or nothing”: a qualitative analysis of exercise dependence. In British Journal of Sports Medicine, 34, 423-430
  • Bomber D., Cockerill I.M., Rodgers S., Carroll D., 2003, Diagnostic criteria for exercise dependence in women. In British Journal of Sports Medicine, 37, 393-400
  • Cascua S., 2004, Lo sport fa davvero bene alla salute? Quali sport scegliere: benefici e rischi,Edizioni Red, Milano.
  • Cannizzaro G., Monaco M., La Barbera D., 2008, La dipendenza dallo sport. In Le nuove dipendenze: diagnosi e clinica, Le bussole, Carocci Editore.
  • Davis C., 2000, Exercise abuse. In International Journal of Sport Psychology, 31, 278-289
  • De la Torre J., (1995). Mens sana in corpore sano, or exercise abuse? Clinical consideration. InBulletin of the Menninger Clinic, 59, 15-31.
  • La Barbera D., Cannizzaro G., Monaco M., 2007, Exercise Addiction: corpo e movimento nella dipendenza dallo sport. In Relazione per atti del XLIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria, Pescara, Montesilvano: 15/10/2006, 2008
  • La Barbera D., Cannizzaro G., Monaco M., 2007, Mi alleno, dunque sono. Il ruolo del vissuto corporeo nella dipendenza dallo sport. In Psychotech, Franco Angeli, Milano.
  • La Barbera D., Monaco M., Cannizzaro G., 2008, La dipendenza dallo sport. In Noos
  • Marlys Johnson, 2000, Understanding Exercise Addiction, Rosen Publishing Group
  • Monaco M., La dipendenza dallo sport. In Alter Ego,  Aprile 2007.
  • Franques P., Auricombe M., Piquemal E., 2003, Sensation seeking as a common factor in opioid dependent subjects and high risk sport practicing. A cross sectional study. In Drugs and Alcohol Dependence, 69: 121-26

Fonte: www.benessere.com


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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LA DIPENDENZA DALLO SPORT – II parte

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

Email: fitnessformind@gmail.com

 

 

Quali sono le caratteristiche di un “dipendente da sport”?

Possono essere isolate “quattro spie” della dipendenza dall’esercizio fisico (TAB 1) e ne basta una soltanto per potersi definire “dipendente”.

 

1.    Funzionamento alterato (in almeno due aree tra le seguenti):

 Psicologico 

 - Es.: incapacità a concentrarsi su un’attività a causa del pensiero ricorrente all’esercizio fisico

 Sociale o lavorativo

-  Es.: problemi sociali, familiari o lavorativi connessi alla pratica sportiva

 Fisico

- Es.: sovrallenamento o allenamento, nonostante infortuni o parere medico contrario

Comportamentale

- Es.: comportamento sportivo inflessibile, stereotipato o mirato all’auto-punizione

 

2.    Sintomi di astinenza:

Ad esempio: desiderio persistente e tentativo infruttuoso di controllare o ridurre l’attività fisica praticata; disagio fisico o psicologico in relazione alla riduzione o cessazione delle abitudini di allenamento

 

3.    Caratteristiche tipiche dei soggetti dipendenti:

-  tolleranza (aumentare graduale della quantità di esercizi)

-  eccesso di attività fisica

-  allenamento solitario

-  inganno (mentire in merito all’attività fisica)

-  motivazioni ossessive che guidano l’attività sportiva (es. prestazione, controllo umore, controllo sonno, autostima, controllo peso, controllo immagine corporea)

 

4.    Presenza di disturbi alimentari o di comportamenti di controllo alimentare (diete e assunzione integratori)

Molto spesso, in merito a quest’ultimo punto, disturbi nel comportamento alimentare sono associati alla “pratica fisica dipendente”, in quanto alimentate dalle stesse motivazioni di controllo, del peso e dell’aspetto fisico, alla base dell’exercise addiction, soprattutto nelle donne.

Negli uomini le motivazioni alla base della “dipendenza sportiva”, se legate al controllo dell’immagine corporea, portano più spesso a mostrare il problema della cosiddetta “anoressia inversa”, ossia quella paura patologica, tipica di alcuni body builders, di diventare troppo magri, deboli e sottosviluppati dal punto di vista muscolare.

 

Ciò che appare comune è la presenza di un comportamento di ipercontrollo dell’alimentazione associato alla dipendenza da esercizio fisico.

 

In questo modo, le attività di controllo, del peso e dell’aspetto fisico, che tanto impegnano l’atleta, trovano pace.

 

Davvero accade ciò?


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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NASCE SUI SOCIAL LA CAMPAGNA ANTI DOPING: "PSYKEMON" - PDS - PSICOLOGI DELLO SPORT

Nasce la campagna PdS - Psicologi Dello Sport contro il doping

L’uso di sostanze dopanti è da sempre uno dei principali nemici dei valori sani della competizione sportiva.

Solo nel 2015 i casi di doping sono stati 558 (dati WADA) coinvolgendo più di 82 paesi e soprattutto l’Italia, facendo registrare ben 72 casi nel solo 2015 che la posizionano in testa a questa poco onorevole classifica.

Proprio per questo motivo, PDS – PSICOLOGI DELLO SPORT si pone oggi l’obiettivo di una sensibilizzazione diffusa sul tema doping e sulle possibili contromisure offerte dalla psicologia dello sport, utilizzando una serie di elementi simbolici rappresentati nei video e nelle fotografie attraverso due mascottes, FOCUS e IMAGERY, inerenti le abilità mentali che vengono incrementate attraverso i percorsi di preparazione mentale.

 

Nasce quindi l'iniziativa denominata “Psykemon”, una linea di personaggi che richiama nel nome il famoso gioco dei Pokemon che tutti noi conosciamo, creata appositamente per divulgare la conoscenza del ruolo dello psicologo dello sport nel caso di interventi antidoping, con l’obiettivo di coinvolgere anche le nuove generazioni.

 

Ogni Psykemon rappresenta una specifica abilità mentale che può essere allenata dai programmi di psicologia sportiva.

I primi due personaggi che inaugureranno le prime fasi della campagna saranno il leone FOCUS , che rappresenta l'incremento ed il potenziamento dell'abilità di prestare attenzione, e la lucertola IMAGERY, che rappresenta la capacità di raffigurarsi mentalmente il gesto motorio prima della sua esecuzione.

 

Le nostre mascotte passeranno di mano in mano a tutti gli atleti/allenatori/professionisti del mondo sportivo che vorranno offrirsi da testimonial per veicolare il messaggio:

 

“No Al Doping, Sì Al Mental Training!”

 

La campagna antidoping inizierà attraverso i social media Facebook e Twitter. I “punti” che serviranno per far sviluppare tutti i personaggi saranno legati ai likes ed alle condivisioni (Facebook), oppure al posizionamento dei trend Twitter #pdspsicologidellosport #noaldoping #sialmentaltraining.   

 

Gli atleti e le squadre che hanno partecipato dal mese di Agosto ad oggi sono:

  • Società canottieri Timavo di Monfalcone (GO)
  • A.S.D. Rambla calcio a 5 femminile Vigodarzere (PD)
  • Femal Flag Football team Ranzide Trieste (TS)
  • ASAR basket Romans (GO)
  • Atletica s.martino coop casarsa
  • Team Aldo moro Paluzza
  • Gruppo sportivo Corpo forestale dello Stato.
  • A3 triathlon. Mazzorana Sport.
  • Canoa Club Ferrara (Ccf)
  • Michele Piattella (corsa),
  • Matteo Manferdini (Gymnasium Karate Club)
  • Valentina Sassoli (volley per Pallavolo Voghiera)
  • Sara Pezzutto (nuoto per UISP Nuoto Cordenons) 

Per informazioni o per partecipare alla campagna: info@pdspsicologidellosport.it


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LINGUAGGIO DEL CORPO E PRESTAZIONE SPORTIVA

A cura del Dott. Alessandro Ledda - Specializzazione: Psicologia dello sport

Cell: +39 3314374923

Email: a.ledda81@gmail.com

 

 

Perché la danza Haka Maori usata dagli Allblack, che è diventata famosa proprio come rituale di carica agonistica e di intimidazione degli avversari, funziona?

 

Il linguaggio del corpo è ormai diventato una componente fondamentale da osservare per la comprensione degli stati emotivi, propri e altrui. Essendo per lo più inconsapevole, è di fatto il canale di comunicazione più autentico e influente.

 

L’interesse della comunicazione non verbale in ambito sportivo è però abbastanza recente. Le ricerche svolte in questo senso si sono poste la domanda di come le emozioni espresse dal motorio-gestuale, le posture ed altri indicatori, come ad esempio l’abbigliamento o l’attrezzatura, potessero influenzare le prestazioni effettive sul campo.

In questo articolo porrò l’attenzione soprattutto su due modalità con cui il linguaggio non verbale può influire sulla prestazione sportiva.

La prima riguarda l’influenza che esso ha su come gli atleti percepiscono gli avversari, che a sua volta è in grado di influenzare le loro aspettative di performance.

I ricercatori notarono infatti che i giocatori che esibivano una postura eretta e il contatto oculare, durante le fasi di riscaldamento, fossero percepiti come più assertivi, più competitivi e più in forma rispetto agli altri. Inoltre, chi sapeva di dover affrontare questi giocatori percepiva di avere meno chance di batterli.

 

Una postura dominante in un atleta, cioè le posture che, come succede nel mondo animale per stabilire le gerarchie, portano a far occupare al corpo più spazio, ad espanderlo, era percepita come un atleta migliore. Inoltre, l’effetto di un linguaggio del corpo dominante agisce anche dopo: un’autentica espressione di vittoria (es. braccia alzate, petto in fuori, dimostrazione di aggressività in stile “whos’s the boss”) pare rinforzi anche lo spirito di squadra.

 

La comunicazione a livello non verbale risulterebbe allora uno strumento molto potente che può influenzare sia la percezione degli avversari, che quella dei propri compagni.

 

La seconda modalità con cui il non verbale influenza la prestazione sportiva è invece legata al feedback somato-sensoriale.

La componente motorio-gestuale del linguaggio pare agisca non solo per comunicare all’esterno, ma anche all’interno, modificando la produzione di alcuni importanti ormoni dell’organismo, in particolare testosterone (l’ormone dell’aggressività, del potere personale e della competizione sessuale) e cortisolo (l’ormone legato alla resistenza passiva allo stress e alla sottomissione).

 

In uno studio, persone che avevano assunto posture aperte e dominanti (simili a quelle di un gorilla pronto alla sfida) prima di affrontare una situazione di stress, reagirono meglio di quelli che non lo fecero: avevano incrementato i livelli di testosterone, diminuendo quelli di cortisolo, calibrando di conseguenza la percezione di sé verso un maggiore controllo della situazione.

Ricapitolando, è stato confermato da alcuni studi che il nostro particolare linguaggio corporeo può influenzare sia le percezioni che gli altri hanno di noi, sia la nostra stessa autopercezione, lavorando come un potente strumento di feedback. 

 

Lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a diventare consapevole del proprio linguaggio non verbale ed a modificarlo per renderlo maggiormente prestativo ed efficace.

 

Riferimenti:

  • Carney, Dana R., Amy J. C. Cuddy, and Andy J. Yap. 2010. “PowerPosing: Brief Nonverbal Displays Affect Neuroendocrine Levels and RiskTolerance.” Psychological Science 21 (10): 1363–68. doi:10.1177/0956797610383437.
  • Soussignan, Robert. 2002. “Duchenne Smile, Emotional Experience, and AutonomicReactivity: A Test of the Facial Feedback Hypothesis.” Emotion (Washington, D.C.) 2 (1): 52–74.
  • Greenlees, I.; Buscombe, R.; Thelwell, Richard; Holder, T.; Rimmer, M.. 2005 “Impact of opponents’ clothing and body language on impressionformation and outcomeexpectations.” Journal of Sport &ExercisePsychology, Vol. 27, No. 1, 2005, p. 39-52.
  • Furley P., Dicks M, MemmertD.. 2012 Feb; “Nonverbalbehavior in soccer: the influence of dominant and submissive body language on the impressionformation and expectancy of success of soccer players”.Journal of Sport ExercisePsychology 34(1):61-82
  • Masters R1, Poolton J, van derKamp J. 2010. “Regard and perceptions of size in soccer: betterisbigger”.Perception39(9):1290-5.

 


Testo a cura del Dott. Alessandro Ledda

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LA DIPENDENZA DALLO SPORT – I parte

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

Email: fitnessformind@gmail.com

 

Molti parlano di giocare a calcio, giocare a tennis… Per molti lo sport è un gioco, ma per tanti altri lo sport può anche diventare un’ossessione, dannosa per la salute fisica e psichica, come dimostrano i numerosi casi di “dipendenza dallo sport”. 

Quando si parla di “dipendenza dallo sport” ci si riferisce ad una condizione in cui esistono sintomi simili a quelli presenti in altri tipi di dipendenze psico-fisiche, e non necessariamente in cui è presente un abuso della pratica sportiva.

 

Innanzitutto, quindi, cerchiamo di capire quando si può parlare di “dipendenza dallo sport” o “exercise dependence” o “exercise addiction”, come viene anche chiamata tale sintomatologia in lingua inglese.

Non necessariamente comporta over-training, perché non sempre la costanza nella pratica sportiva coincide con un’attività estenuante e soprattutto si connota per alcune caratteristiche psicologiche distintive.

Sono le importantissime differenze motivazionali, attitudinali ed emozionali che  permettono di distinguere tre tipi di maniaci sportivi, che si rapportano in modo non equilibrato, all’attività sportiva (De La Torre, 1995):

  1.  Una prima categoria è rappresentata dai cosiddetti “sani nevrotici”, ossia chi trae un positivo miglioramento dalla pratica sportiva, accompagnata da un senso di benessere, di realizzazione e successo.
  2.  Altre persone appartengono al gruppo degli “sportivi compulsivi”, in cui l’attività fisica è un modo come un altro per sostenere una precisa routine, che conferisce un senso di controllo e di superiorità morale.
  3.  Infine, ci sono i “dipendenti dallo sport”, in cui l’attività fisica ha una funzione di regolatore dell’umore e di uno squilibrio interno e in cui essa finisce per dominare in modo crescente l’intera vita.

E’ solo in quest’ultima condizione che si può parlare di “dipendenza sportiva” definita primaria se ritenuta indipendente da altre patologie, oppure secondaria, quando è associata a sintomi di sottostanti disturbi alimentari, in cui l’esercizio fisico gioca un ruolo fondamentale nel tentativo di controllo del peso e dell’immagine corporea.

 

Ti riconosci in uno di questi tre? 

 


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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L’ALLENAMENTO MENTALE DELL’ATLETA – II parte

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

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Molti esperti concordano nel sostenere che gli allenamenti mentali degli atleti devono focalizzarsi su almeno 6 abilità mentali di base per sostenere efficacemente le prestazioni atletiche.

 

1) La capacità di modificare l’arousal, ovvero il proprio livello di attivazione psicofisiologica. La capacità di regolare le proprie energie va allenata in funzione delle richieste caratteristiche della disciplina praticata. Attraverso tecniche di rilassamento (es. training autogeno o esercizi di imagery calmanti) o esercizi di attivazione psico-fisica (es. tecniche di respirazione o tecniche di imagery attivanti) è possibile imparare a innalzare o abbassare il livello naturale di arousal in modo da raggiungere il proprio punto ottimale di “carica”.

 

2) La capacità di controllare l’attenzione. L’atleta può imparare a cosa prestare attenzione, quando essere più attento e come mantenere l’attenzione a lungo, imparando ad ampliare o a restringere volontariamente il focus dell’attenzione e a dirigere quest’ultima all’esterno o verso se stesso, a seconda delle richieste della situazione sportiva in cui si trova.

 

3) Il controllo delle immagini mentali, di supporto alle capacità di gestione dei pensieri. “Imparare a immaginare” può essere utile per diversi scopi a sostegno delle prestazioni. Cosa significa?

  • Ad esempio, imparare ad immaginare il gesto tecnico nella sua esecuzione, risulta utile sia per perfezionare elementi tecnico-tattici, che per aiutare la concentrazione (es. esecuzione di tiri liberi, servizi o rigori).
  • Inoltre, migliora anche la velocità di soluzione dei problemi.
  •  consente altresì di poter gradualmente sperimentare, in un contesto protetto, reazioni alternative a quelle precedentemente sperimentate, rendendo meno ansiogene situazioni già sperimentate dal vivo e rinforzando sensazioni positive.

4) Il dialogo interiore o self talk. Ciò che un atleta pensa e si dice (su sé, sugli avversari, sulla sua vita in generale) è molto importante. I pensieri (es. io devo sempre lavorare il doppio per ottenere qualcosa) hanno un’influenza immediata sul corpo, generando tensioni inutili alla prestazione sportiva, influenzano le aspettative e i comportamenti (es. comportamenti di auto-sabotaggio di fronte a successi facili).

 

L’analisi del dialogo consente anche una maggiore libertà di scelta, liberi da automatismi inconsapevoli che però condizionano il comportamento dell’atleta.

 

5) La gestione delle emozioni, dell’ansia e delle condizioni stressanti. A questo proposito il mental training si basa su:

  • individuazione degli stimoli ansiogeni, a partire dai quali si attivano emozioni, pensieri o sensazioni disturbanti la prestazione atletica e il benessere.
  •  fermare le modalità disfunzionali di reazione, sviluppando nuove modalità di risposta in grado di avvicinare alla sperimentazione dello stato di agevolazione delle prestazioni descritto come “flow”.

6) Ed infine, la capacità di gestione degli obiettivi, che sostiene la motivazione, sia nelle fasi di gara, che di allenamento. L’allenamento al cosiddetto “goal setting” si basa sulla periodica scelta e revisione di obiettivi, non soltanto di risultato, ma anche di prestazione e qualitativi.

 

Oltre all’allenamento delle abilità mentali basilari descritte, esistono alcuni programmi di allenamento mentale specifici:

  • programmi di allenamento mentale applicati nella riabilitazione dagli infortuni
  • supporto alla gestione del peso negli atleti

In generale attraverso l’allenamento mentale è possibile sostenere la piena manifestazione dei talenti di un atleta, favorendo una maggiore fiducia nelle capacità personali e, se e quando la vita di un atleta lo richiede, sostenendolo anche nei momenti più difficili.

 

Che aspetti a contattare uno Psicologo dello Sport?

 

 

BIBLIOGRAFIA - L’ALLENAMENTO MENTALE DELL’ATLETA

Cei A., 1998, Psicologia dello sport, Il Mulino, Bologna.

Gavin J., 2005, Exercise and Sport Psychology, Human Kinetics, USA.

Johnson R., Swindley D., 2000, Il manuale del vincitore. Come raggiungere il massimo delle prestazioni nello sport e nella vita, Edizioni Mediterranee, Roma.

Morris T., Spittle M., Watt A.P., 2005, Imagery in sport, Human Kinetics, USA.

Murphy S.M., 1995, Sport Psychology Interventions, Human Kinetics, USA.

Robazza C., Bortoli L., Gramaccioni G., 1994, La preparazione mentale nello sport, Luigi Pozzi Editore, Roma.

Taylor J., Wilson G., 2005, Applying Sport Psychology. Four Perspectives, Human Kinetics, USA.

Fonte: www.benessere.com

 


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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L’ALLENAMENTO MENTALE DELL’ATLETA – I parte

A cura della Dott.ssa Monica Monaco – Psicologa dello Sport e dello Spettacolo

Cell: +39 3384571702

Email: fitnessformind@gmail.com

 

La psicologia dello sport e dell’esercizio fisico è una branca della psicologia che, in quanto applicazione della “scienza del comportamento”, mira ad individuare il funzionamento mentale dei destinatari, a potenziare atteggiamenti efficaci e abitudini positive o a sostenere la salute o le performances.

In particolare, un’area di intervento largamente diffusa è quella dell’allenamento mentale degli atleti, il cd. Mental Training, che consente di:

 

  • completare la preparazione degli sportivi, integrando l’allenamento fisico e la preparazione tecnica,
  •  rinforzare e a sviluppare il cosiddetto “fattore psicologico”, che consente di raggiungere le massime prestazioni,
  • ridurre anche i fattori di stress, che possono gradualmente incidere sulla salute dell’atleta.

La psicologia dello sport è, più in generale, utile per stimolare e sostenere le risorse interiori spendibili nello sport con finalità diverse.

In particolare, gli interventi di psicologia sportiva possono essere utili per diverse finalità quali:

  • educare a stili di vita attiva, di cura di sè;
  •  sostenere la motivazione
  • incoraggiare la conoscenza di se stessi, spendibile anche in altri contesti quotidiani (es. studio, dieta, ecc.)
  • favorire l’inserimento in contesti sportivi anche delle persone con particolari caratteristiche psico-sociali, per aumentare le possibilità di sperimentarsi in ambienti “protetti”;
  •  ridimensionare quelle situazioni in cui è evidente uno scarto tra allenamento e in gara.

L’allenamento mentale rappresenta una delle possibilità di applicazione della psicologia dello sport e dell’esercizio fisico.

Più precisamente, i tre grandi step nell’allenamento mentale di atleti agonisti sono:

  1. la valutazione conoscitiva degli stili mentali spontanei;
  2. il rinforzo di modalità efficaci di attivazione psicologica, cioè di avviamento/stop di pensieri, emozioni o comportamenti in contesti sportivi;
  3. l’adozione di strategie mirate al benessere soggettivo.

Queste tre grandi aree richiedono conoscenze globali e approfondite sui meccanismi di funzionamento psichico, che solo uno Psicologo dello Sport può avere e nessun altro.

Il mental training impiega strategie, procedure e pratiche che generalmente vengono riunite in protocolli specifici per aree mentali da allenare.

 

Una delle tradizionali distinzioni delle principali aree di allenamento mentale nello sport classifica 3 tipologie di abilità mentali che contribuiscono a migliorare la performance sportiva e su cui è possibile agire con metodi di intervento psicologico sportivo (Vealey, 1988):

  1. le abilità di base (es. volizione, conoscenza di sé, autostima e fiducia in sè);
  2. le abilità di prestazione (es. gestione dell’arousal psico-fisico, focalizzazione dell’attenzione)
  3. le abilità facilitatorie (es. abilità interpersonali, gestione dello stile di vita personale).

I programmi di mental training più frequentemente proposti mirano ad allenare diverse abilità mentali, ritenute determinanti nel sostenere le prestazioni eccellenti: dallo studio delle caratteristiche psicologiche di atleti di successo, all’individuazione delle componenti delle cosiddette “peak performances” (Williams J.M., 1986), direttamente connessa alla possibilità di sperimentare volontariamente lo “stato di flow” (Csikszentmihalyi, 1990), cioè uno stato mentale ottimale, durante il quale un atleta sperimenta equilibrio tra le proprie abilità personali e la sfida agonistica.

 

Lo Psicologo dello Sport, attraverso la pratica e mirata, di allenamento mentale può allenare queste abilità.

 


Testo a cura della Dott.ssa Monica Monaco

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IMAGERY NELLO SPORT

A cura del Dott. Alessandro Ledda - Specializzazione: Psicologia dello sport

Cell: +39 3314374923

Email: a.ledda81@gmail.com

 

L’imagery, ovvero il processo di visualizzazione, è uno degli aspetti più importanti nei programmi di preparazione mentale degli atleti. E’ una tecnica che consiste nel rappresentare un’esperienza nella propria mente attraverso il sistema sensoriale (visivo, uditivo, olfattivo, tattile e cinestetico).

Mediante l’imagery si attivano processi mentali che rendono le scene visualizzate talmente reali da sembrare di viverle in quel momento.

E’ un utilissimo strumento di lavoro per l’apprendimento di nuove abilità fisiche e psichiche: gesti motori, strategie di gara, incremento della motivazione e delle capacità di gestire le emozioni, miglioramento della concentrazione e maggior fiducia in sé stessi.

 

L’imagery diviene una tecnica efficace in quanto permette di inviare al corpo gli input necessari al compimento della prestazione, “vissuta” solo mentalmente.

Gli atleti che praticano la visualizzazione dovrebbero anche immaginare gli obiettivi posti come già raggiunti.

 

Esistono due diverse tipologie di visualizzazione:

  • Interna, quando le immagini vengono viste attraverso i propri sensi;
  • Esterna, quando si vede se stessi mediante un “occhio” esterno.

Gli atleti, con il supporto di un professionista, acquisiscono questa tecnica per poi utilizzarla autonomamente.

La visualizzazione viene infatti utilizzata all’interno di un programma complesso e articolato caratterizzato da diverse fasi che si adattano ai bisogni dell’atleta.


Testo a cura del Dott. Alessandro Ledda

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LE TECNICHE DI RILASSAMENTO NELLO SPORT

A cura del Dott. Manuel Sedda – Psicologia clinica e di comunità

Cell: +39 3476629536

Email: manuel.sedda@gmail.com

 

Le tecniche di rilassamento favoriscono le condizioni mentali caratterizzate da uno stato di calma, dal recupero di forze ed energie, dall’eliminazione di tensioni psicologiche e fisiche.

Nello specifico attivano le funzioni del sistema nervoso parasimpatico, diminuendo principalmente il consumo di ossigeno, del battito cardiaco e della respirazione.

Nel contesto sportivo, lo scopo principale è migliorare la capacità di autocontrollo dell’atleta, al fine di ridurre quelli stati emotivi di ansia e di preoccupazione che limitano e influenzano negativamente la prestazione.

Con degli interventi specifici, infatti, si aiuta l’atleta a servirsi di pensieri, di sentimenti e di comportamenti adeguati all’attività da svolgere.

Per di più, si agisce indirettamente sulla self-efficacy (la percezione che un individuo ha dell’efficacia delle proprie azioni) e si promuove una maggiore capacità di concentrazione.

 

In linea generale si riconoscono quattro condizioni necessarie per favorire le condizioni di rilassamento:

  • disposizione mentale focalizzata sul presente, in cui si possono ripetere parole, frasi o si può porre l’attenzione sul proprio corpo, sulle emozioni e sui pensieri;
  • atteggiamento passivo e di calma;
  • postura di rilassamento muscolare, che garantisca il recupero delle energie;
  • ambiente tranquillo.

Le principali tecniche di rilassamento sono il rilassamento progressivo, il training autogeno, la meditazione e il biofeedback.

 

Per acquisire familiarità con le tecniche di rilassamento è necessario un allenamento quotidiano, infatti tutti possono imparare, ma è importante la continuità.

I risultati di tali pratiche possono manifestarsi anche nella vita quotidiana, come aiuto per scaricare lo stress accumulato o regalando un momento per sé stessi nei ritmi frenetici delle giornate.

 

In ambito sportivo, prima di lavorare con le tecniche di rilassamento è opportuna una valutazione professionale sulle modalità di gestione dell’ansia e della pressione agonistica della persona.

In certi casi, infatti, si possono presentare atleti calmi, rilassati, tendenti a provare sensazioni di stanchezza e di noia.

In questi casi è opportuno una tipologia di intervento opposto, che favorisce l’attivazione della persona e il recupero delle energie.


Testo a cura del Dott. Manuel Sedda

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Quando il flow si spezza: il "piano B” – II parte

A cura della Dott.ssa Carla Putzu - Psicologa Psicoterapeuta

Cell: +39 349 7786947

Email: putzu.carla@gmail.com

 

 

Nella peak performance ci troviamo nel flow, stato ideale, in cui l’azione sportiva si svolge senza inceppi, accompagnata da piacevoli sensazioni di padronanza e auto-efficacia, in una dimensione quasi “a-temporale”, dove anche la fatica assume una valenza positiva.

Su tutto, abbiamo il completo controllo della prestazione, che eseguiamo tuttavia in totale automatismo, cioè in assenza di pensiero consapevole di ciascuna sequenza o movimento, quasi come fossimo in modalità “pilota automatico”.

Si tratta di una situazione apparentemente contraddittoria, perché l’automatismo esecutivo ci fa pensare a una assenza di controllo: tuttavia, come per le azioni o procedure altamente padroneggiate ed esercitate a lungo, ogni prestazione diventa automatica quando non è necessario controllare in modo sistematico ogni singolo movimento, ma è possibile eseguirla alla perfezione, dirigendo l’attenzione consapevole alla fluidità del processo intero.

 

Per esempio, immaginiamoci alla guida di una bicicletta o di un auto: quando siamo agli inizi dell’apprendimento, ed abbiamo appena imparato a guidare siamo concentrati su ogni singolo movimento e i nostri processi di controllo razionale investono ciascun passaggio necessario a ingranare la marcia, premere la frizione, lentamente staccare il piede e contemporaneamente accelerare. Ma quando diventiamo esperti non controlliamo più volontariamente questi passaggi, semplicemente li eseguiamo in sequenze automatiche, pur avendone pieno controllo, potendo dirigere la nostra attenzione al traffico, al paesaggio, e anche al piacere della guida stessa!

 

Quando tutto fila liscio questo è ciò che accade, ma il flow si può inceppare. Che fare?

 

È necessario allora avere pronta una procedura alternativa, programmata in via preventiva, per poterla eseguire in caso di inconvenienti. Il piano B rappresenta la condizione di secondo tipo, quella in cui l’energia è ancora elevata, l’attenzione è ancora efficace, ma la nostra prestazione necessita di maggiori feedback, di un livello di controllo volontario più profondo e consapevole.

 

Riprendendo l’esempio della guida, è come se ad un certo momento si accendesse una spia sul quadro, oppure sentissimo che la marcia non entra più. In quel caso, saremmo costretti a verificare cosa ha fatto accendere la spia, o dovremmo fare attenzione ogni volta che dobbiamo cambiare marcia, facendolo più lentamente, e non certo in modo automatizzato.

 

Quando qualcosa va storto, l’atleta inizia a controllare tutto ed è qui che compare l’errore, in quanto controllare indistintamente tutto è impossibile e controproducente!

 

Un suggerimento per chi sta affrontando una competizione e incontra degli imprevisti: essere allenati ad esercitare delle strategie cognitive, che abbiamo sperimentato essere per noi efficaci, in fase di allenamento e in gara.

 

Voi avete un piano B nel cassetto? Quali sono le vostre strategie cognitive?

 

Avete bisogno di una mano?


Testo a cura della Dott.ssa Carla Putzu

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Obiettivi nello Sport – Il Goal Setting

A cura del Dott. Manuel Sedda – Psicologia clinica e di comunità

Cell: +39 3476629536

Email: manuel.sedda@gmail.com

 

 

Stabilire obiettivi da raggiungere (goal setting) è un aspetto molto importante nello sport.

Capita che atleti e allenatori si trovino in una condizione di poca chiarezza rispetto alle mete da raggiungere, a discapito della perfomance sportiva.

Il goal setting diventa quindi un punto importante e una strategia efficace all’interno di un processo di preparazione mentale. Il lavoro con gli atleti si concentra sull’identificare i propri obiettivi, con la collaborazione essenziale dell’allenatore, costruendo il programma necessario per raggiungerli e mantenerli.

 

Con un buon goal setting si aiuta lo sportivo a focalizzare l’attenzione, l’energia e gli sforzi in maniera specifica sulla preparazione tecnica, fisica e psicologica, favorendo così anche l’acquisizione di nuove competenze.

 

Gli obiettivi formulati vengono classificati in breve, medio e lungo termine:

  • Breve, nel periodo iniziale (uno/due mesi).
  • Medio, primi sei mesi.
  • Lungo, entro l’anno.

Vengono poi ulteriormente distinti in:

  • obiettivi di prestazione, per migliorare un gesto o un’abilità;
  • obiettivi di risultato, incentrati sugli esiti delle gare.

E’ importante che siano aspetti misurabili (attraverso dei punteggi, in modo da evidenziare i miglioramenti), alla portata dell’atleta e che vengano formulati in maniera precisa, utilizzando termini positivi.

 

Una formazione degli obiettivi non adeguatamente definita e monitorata da un professionista può creare nell’atleta aspettative poco realistiche rispetto al miglioramento della perfomance sportiva e influenzare negativamente la determinazione e la motivazione, limitando gli sforzi e le energie necessari al raggiungimento dei propri scopi.

 

Il goal setting permette all’atleta di avere in mente in quale direzione orientare gli allenamenti, incrementando la motivazione e sviluppando un’idea positiva rispetto alle proprie abilità.


Testo a cura del Dott. Manuel Sedda

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“Io sono le mie gambe” - L'esperienza del flusso di coscienza o “flow” - Atto primo

A cura della Dott.ssa Carla Putzu - Psicoterapia cognitivo-comportamentale - Neuropsicologia

Cell: +39 3497786947

Email: putzu.carla@gmail.com

 

 

L’esperienza del “flow” o flusso di coscienza, stato in cui si ritrova chi è in pieno contatto con se stesso e la propria azione, durante la performance, è sempre più uno degli obiettivi principali dello Psicologo dello Sport.

Un nuotatore che ha provato il “flusso”, lo descrive così: “Nei momenti in cui sono stato in assoluto più felice della mia prestazione, ho avuto la sensazione di essere una cosa sola con l'acqua, con ciascuna delle bracciate che davo e con tutto quello che mi circondava... ero un tutt'uno con quello che stavo facendo. Sapevo esattamente come avrei nuotato durante la gara; sapevo di essere padrone di ogni mio gesto (…).” … “Perdi il senso del tempo e sei completamente rapito da quello che stai facendo (…). Non esistono il passato e il futuro, ma solo un presente in cui ti trovi.“

Ti è mai capitato di sentirti così? Perchè può capitare a chiunque. Probabilmente è capitato già anche a te, ma non sapevi che eri nel tua “zona di flusso”.

 

E’ un momento quasi magico, in cui non senti alcuna fatica, hai il pieno controllo di quello che accade e che accadrà. Il tempo rallenta e rallenta anche il tuo gesto atletico. E...ti senti onnipotente e ti sembra che il tuo avversario lotti inutilmente contro di te.

 

L'esperienza di flow è proprio questo: una condizione psico-fisica in cui siamo particolarmente concentrati sul compito, o sul gesto atletico, ne siamo totalmente coinvolti da un punto di vista emozionale e, contemporaneamente, percepiamo che la difficoltà dell'azione e la nostra capacità di eseguirla sono in pieno equilibrio, regalandoci sensazioni di piacere intrinseco, che derivano dalla soddisfazione di riuscita.

 

Questo stato mentale ottimale richiede:

  • l’esistenza di un obiettivo, che sia, per te, sufficientemente stimolante: difficile, ma non impossibile;
  • devi sentirti capace ed impegnato, al punto giusto;
  • devi sentire di avere profondo interesse e motivazione per quello che stai facendo e attenzione, orientata solo sulla situazione che stai vivendo in quel preciso istante, senza alcun giudizio, senza aspettative, senza distrazioni

E' importante comprendere che “l'esperienza ottimale”, sopra descritta, è raggiungibile da chiunque, non serve essere dei campioni: il punto chiave è la percezione individuale dell'equilibrio tra sfida e abilità che possiedi per risolverle!

 

Difficoltà troppo elevate e bassi livelli di abilità generano percezioni di inadeguatezza, ansia e stress. Al contrario, un compito vissuto come troppo semplice rispetto alle capacità, genera noia o insoddisfazione.

 

Nel flow mi sento pienamente assorbito dalla mia prestazione e ogni risorsa mentale è impegnata nell'esecuzione delle azioni necessarie al mio compito: questo è di per sé fonte di benessere e conduce ad avere una prestazione perfetta, senza cercarla.

 

Il messaggio è che non possiamo aspettarci il flow, se stiamo inseguendo le sfide di qualcun altro o se il nostro controllo attentivo è orientato al corridore davanti a noi...

 

“Io sono le mie gambe”: questo pensiero è comparso spontaneamente nella mia mente, in uno dei miei momenti di flow, in cui le uniche sensazioni consapevoli provenivano dai muscoli delle mie gambe, che avvertivo forti, precise, abili, leggere e perfettamente sincronizzate col mio respiro e il mio cuore!

 

Adesso uso quel pensiero, richiamandolo volontariamente, ogni volta che cerco di portare l'attenzione sul compito.

 

Durante questo tipo di esperienza va tutto bene, tutto scorre, appunto, e se mi trovo in questo stato, molto probabilmente, otterrò quella che poi descriverò come la mia prestazione migliore.

 

A meno che… a meno che non accada qualcosa, qualsiasi cosa, che spezzi il flusso di energia.

 

In questo caso, beh, è assolutamente d'obbligo aver preparato un piano B.

 

Ma... di questo vi racconto il mese prossimo!


Testo a cura della Dott.ssa Carla Putzu

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TARGET PANIC: COME GESTIRE IL "BLOCCO DELL'ARCIERE".

A cura della Dott.ssa Stefania Ortensi, Staff Psicosport

Cell: +39 0331 411984

Email: psicosport@psicosport it

 

 

Nel basket avere una buona percentuale di successo nei tiri liberi può essere un elemento che fa la differenza ad ogni livello e -come ogni gesto tecnico- il tiro libero va allenato, sia tecnicamente, che mentalmente.

Esistono molti esempi, anche famosi, di giocatori capaci di migliorare le loro percentuali dalla “linea della carità” con un allenamento sistematico. Quello che non tutti forse sanno è che anche un buon allenamento mentale, per il tiro libero, può fare la differenza, permettendo al cestista di acquisire, stabilizzare e correggere il gesto tecnico più velocemente.

La creazione di routine di tiro che prevedano l’utilizzo dell’imagery (visualizzazione) è certamente una strategia di concentrazione tra le più efficaci, all’interno del programma di mental training di un cestista.

Come dice il termine stesso, la visualizzazione consiste nell’immaginare mentalmente - visualizzare appunto - gesti motori o segmenti di prestazione sportiva, dapprima molto semplici e poi sempre più complessi.

Con la pratica l’imagery diventa un vero e proprio allenamento ideomotorio attraverso la rappresentazione mentale ripetuta e cosciente dell'azione motoria che deve essere appresa, perfezionata o stabilizzata.

Studi scientifici dimostrano infatti che, pur senza una reale esecuzione di movimenti, il solo immaginare un gesto motorio determina una stimolazione, seppure molto lieve, dei muscoli interessati dalla visualizzazione. Le stimolazioni non arrivano ad una contrazione esternamente visibile, ma possono essere registrate attraverso il potenziale elettrico muscolare con l’ausilio di un elettromiografo. Questo importante fenomeno ideomotorio è noto come Effetto Carpenter.

 

A riprova di questo fenomeno, una ricerca statunitense ha suddiviso in due gruppi alcuni giocatori di basket, di pari livello tecnico e abilità cestistiche. Il primo gruppo fu invitato a visualizzare loro stessi in azione prima di eseguire un tiro libero, agli altri invece non fu data alcuna istruzione. I risultati furono di sicuro interesse: circa il 55% dei giocatori che aveva utilizzato la visualizzazione ha avuto successo al primo tentativo, mentre solo il 10% degli atleti che non aveva visualizzato riuscì a fare canestro al primo colpo.

Quando infatti i giocatori si visualizzano mentre svolgono il gesto, si evidenziano cambiamenti elettromiografici negli stessi gruppi di muscoli che sarebbero stati attivati se gli individui avessero effettuato veramente il tiro libero. Questi impulsi sono così simili agli impulsi della prestazione reale che i vantaggi che l'atleta ottiene dalla visualizzazione sono equivalenti a quelli che ottiene dalla pratica motoria. (Liggett & Hamada, 1993)

Se già sul finire degli anni ’60 Ulich nei suoi esperimenti scoprì che la visualizzazione migliorava le abilità motorie in un numero di casi pari alla pratica reale, oggi c’è la consapevolezza che non solo alternando periodi di pratica mentale e training attivo, i soggetti arrivano a conseguire migliori risultati che la sola pratica, ma che le prestazioni allenate mentalmente vengono mantenute meglio nel tempo di quelle allenate fisicamente.

Utilizzare l’imagery nelle proprie routine pre-gara e pre-tiro consente di ottenere effetti positivi sia sulla qualità della performance, sia sulla percezione di autoefficacia del giocatore.

 

In un programma di preparazione mentale, ogni giocatore potrà quindi creare una propria sequenza pre-tiro altamente personalizzata costituita da immagini mentali, respiri e dialogo interno a corredo della propria preparazione tecnica all’esecuzione.

 

Un rituale di concentrazione efficace dovrà infatti essere perfettamente integrato alla routine tecnica dell’atleta, ricalcando il più possibile le abitudini funzionali già possedute. I gesti che l’atleta già compie saranno semplicemente integrati con esercizi mentali per migliorare la qualità e la regolarità della prestazione.

 

Precisa e ripetibile, la routine pre-tiro, costruita con il supporto del mental trainer, diventerà col tempo perfettamente automatizzata e parte integrante del gesto tecnico diventando una risorsa efficace per gestire le emozioni, orientare al positivo il proprio dialogo interno e fungere da vero e proprio interruttore della concentrazione del giocatore.


Testo a cura della Dott.ssa Stefania Ortensi

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Tecniche di rilassamento nello sport

A cura del Dott. Manuel Sedda – Psicologia clinica e di comunità

Cell: +39 3476629536

Email: manuel.sedda@gmail.com

 

 

Le tecniche di rilassamento favoriscono le condizioni mentali caratterizzate da uno stato di calma, dal recupero di forze ed energie, dall’eliminazione di tensioni psicologiche e fisiche. Nello specifico, attivano le funzioni del sistema nervoso parasimpatico, diminuendo principalmente il consumo di ossigeno, del battito cardiaco e della respirazione.

Nel contesto sportivo, lo scopo principale è migliorare la capacità di autocontrollo dell’atleta, al fine di ridurre quelli stati emotivi di ansia e di preoccupazione, che limitano e influenzano negativamente la prestazione. Con degli interventi specifici, infatti, si aiuta l’atleta a servirsi di pensieri, di sentimenti e di comportamenti adeguati all’attività da svolgere. Per di più, si agisce indirettamente sulla self-efficacy (la percezione che un individuo ha dell’efficacia delle proprie azioni) e si promuove una maggiore capacità di concentrazione

In linea generale, si riconoscono quattro condizioni necessarie per favorire le condizioni di rilassamento:

  • disposizione mentale focalizzata sul presente, in cui si possono ripetere parole, frasi o si può porre l’attenzione sul proprio corpo, sulle emozioni e sui pensieri;
  • atteggiamento passivo e di calma;
  • postura di rilassamento muscolare, che garantisca il recupero delle energie;
  • ambiente tranquillo.

Le principali tecniche di rilassamento sono il rilassamento progressivo, il training autogeno, la meditazione e il biofeedback.

 

Per acquisire familiarità con le tecniche di rilassamento è necessario un allenamento quotidiano; infatti tutti possono impararle, ma è importante la continuità. I risultati di tali pratiche possono manifestarsi anche nella vita quotidiana, come aiuto per scaricare lo stress accumulato o regalando un momento per sé stessi nei ritmi frenetici delle giornate.

 

In ambito sportivo, prima di lavorare con le tecniche di rilassamento, è opportuna una valutazione professionale sulle modalità di gestione dell’ansia e della pressione agonistica della persona. In certi casi, infatti, si possono presentare atleti calmi, rilassati, tendenti a provare sensazioni di stanchezza e di noia. In questi casi è opportuno una tipologia di intervento opposto, che favorisca l’attivazione della persona e il recupero delle energie.


Testo a cura del Dott. Manuel Sedda

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Pattinaggio artistico: benefici della preparazione mentale

A cura della Dott.ssa Laura Critelli - Psicologa e Psicoterapeuta - Specializzata in Psicologia della Salute ed esperta in Psicologia dello Sport (Metodo SFERA)

Cell: +393336491773

Email: lauracritelli@yahoo.it

 

 

Parole chiave: benefici del lavoro mentale, ansia da prestazione, self talk negativo, autoefficacia

La pratica del pattinaggio artistico, come altri sport, può incontrare delle difficoltà.

Alcuni atleti conducono allenamenti ottimi, ma in gara… la loro prestazione risulta nettamente sotto le loro capacità!

Non riescono ad esprimere il loro potenziale reale e, uno degli ostacoli, può essere l’ansia da prestazione, che si presenta proprio prima della competizione o addirittura giorni prima.

A cosa è dovuta questa ansia da prestazione? Cosa la genera?

Sia l’atteggiamento mentale con cui l’atleta si predispone alla competizione, sia i pensieri negativi che emergono, sia il tipo di self talk utilizzato possono influenzare la performance.

La voce interna della persona può dire parole che “marciano contro di sè”, come:

 

- “Non ce la farai mai!”

- “Gli altri sono più forti di te!”

- “Farai un punteggio basso!”

- “Cadrai!”

- “Pattinerai in modo sporco!”

- “Tutti penseranno che pattinerai male!”

 

Da questi pensieri spesso emerge uno stato di ansia, che genera anche tensione corporea, e che compromette la prestazione, come di conseguenza la buona riuscita della gara: le sicurezze interne sono minate, non si vive nel presente, ma rivolti altrove, in altri pensieri.

 

In questi casi può essere utile un lavoro con lo psicologo dello sport, che può aiutare l’atleta a preparare la gara mentalmente.

Le strategie utilizzate possono essere diverse, con benefici che possono essere anche straordinari.

I miglioramenti per l’atleta sono evidenti già dopo poche sessioni di mental training.

Seguire la preparazione mentale giova a tal punto da permettere di migliorare il punteggio della performance di gara (ci sono atlete che hanno ottenuti otto punti in più in una singola competizione quando normalmente miglioravano di un punto o un punto e mezzo in una stagione), di arrivare calmi e concentrati, di predisporsi alla buona riuscita della competizione o alla vittoria con un pensiero positivo, o comunque con opinioni che non siano più contro se stessi e il proprio lavoro di mesi.

 

L’atleta impara a ridurre notevolmente l’ansia ponendo l’attenzione sulle proprie capacità, sull’essere presente in gara, attimo per attimo, e sull’ individuare i propri obiettivi.

Grazie a questo nuovo modo di approcciarsi alla performance l’atleta cambia la percezione che ha di sé, di quanto si ritiene capace ed efficace.


Testo a cura della Dott.ssa Laura Critelli

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IL BISOGNO DI ADRENALINA - Sport Estremi: origini e complessità di una scelta oggi molto frequente

A cura della Dott.ssa Stefania Ortensi, Staff Psicosport

Cell: +39 0331 411984

E-mail: psicosport@psicosport.it

 

Cosa spinge alcune persone a rischiare la propria vita scegliendo di praticare sport pericolosi, talvolta definiti “estremi”?

Per rispondere è necessario fare un passo indietro e capire cosa c’è alla base di tale scelta.

È ormai condivisa l’idea che nelle motivazioni alla base della propensione per una data attività sportiva, oltre a fattori biologici (es. secrezione di dopamina e adrenalina) e culturali (es. desiderio ancestrale di dominare per sopravvivere), sottendano bisogni di natura psicologica.

QUALI SONO DUNQUE I BISOGNI CHE TROVANO APPAGAMENTO ATTRAVERSO LA PRATICA AGONISTICA?

Certamente ricopre un ruolo fondamentale il desiderio di affermare la propria dominanza e superiorità nei confronti dell’avversario o delle forze della natura, accompagnato da un forte desiderio di vittoria, successo o esplorazione. Da considerare anche la spinta alla autorealizzazione e il desiderio di conoscenza di sé e dei propri limiti, sperimentando la propria capacità di resistere allo sforzo e alla fatica. Anche narcisismo ed esibizionismo possono poi giocare una parte importante.

 

PERSONALITÀ DI TIPO T

Ferdinando Dogana, esperto di psicologia della personalità, studia il profilo di questi atleti e associa le personalità caratterizzate da coraggio e sprezzo del pericolo a reazioni compensatorie o meccanismi di difesa volti ad esorcizzare ancestrali paure infantili (come per esempio il vuoto, l’altezza, il buio o il cadere) trasformandole in sfide, quasi a volersi “immunizzare alla paura”.

Questo tipo di personalità viene definito di “Tipo T” dall’inglese Thrill, che significa appunto brivido. Si tratta di persone connotate da un bisogno di provare l’estremo, amanti della scossa, alla ricerca del brivido, anche attraverso sport pericolosi.

 

TOLLERANZA AL BRIVIDO

In alcuni casi si sviluppa una forma di “tolleranza al brivido”, una sorta di assuefazione, che porta queste persone a necessitare di dosi sempre più alte di stimoli per ottenere le stesse emozioni, esattamente come succede nelle dipendenze da alcune sostanze.

Esistono anche alcuni casi in cui predominano tendenze autodistruttive, che vanno approfondite

e rielaborate.

 

LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO

L’esempio più diffuso è quando si riscontra una componente di vissuto di onnipotenza e scarsa valutazione della realtà, per cui il rischio non viene calcolato e considerato importante.

In questi casi, infatti, dietro alla tendenza a rischiare potrebbe risiedere una sopravvalutazione di sé oppure una svalutazione della vita, con tratti più o meno consapevoli di tipo depressivo, legato ad un sentimento di insoddisfazione esistenziale.

 

IL RUOLO DELLA NOIA

Per alcune persone un ruolo centrale nella tendenza a ricercare forti sensazioni è ricoperto dalla NOIA o meglio dal suo evitamento, intesa proprio come sentimento negativo prodotto da un ambiente monotono, che porta all’esigenza di stimolazioni ed esperienze nuove.

 

Lo psicologo americano Marvin Zuckerman ha studiato a fondo questo tratto di personalità, attraverso la Sensation Seeking Scale, una scala di misurazione del bisogno individuale di sensazioni secondo

4 parametri:

 

1. disinibizione

2. ricerca di avventura ed emozioni

3. ricerca di esperienze

4. suscettibilità alla noia.

 

Più recenti studi psicologici dimostrano che i soggetti che praticano sport estremi hanno fisiologicamente bisogno di una costante varietà di stimoli e di intensità molto elevata per poter raggiungere il proprio livello di attivazione ottimale, cioè la situazione in cui si sentono meglio e rendono al massimo delle proprie potenzialità.

In una parola il FLOW, quello stato mentale di benessere che accompagna le nostre prestazioni migliori.


Testo a cura della Dott.ssa Stefania Ortensi

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CHE COS’È IL MENTAL TRAINING

A cura della dott. Francesco Prisco – Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Cell: +39 3293763590

Sito internet: www.francescoprisco.eu

E-mail: info@francescoprisco.eu

 

 

La psicologia dello sport si rivolge sia ad atleti di sport individuali e di squadra, agonisti, a quelli d’elìte e a tutta la popolazione che pratica sport a livello amatoriale, nonché a qualsiasi persona faccia sport. La pratica sportiva rappresenta, infatti, una cornice utile a raggiungere una condizione di benessere, che investe varie aree della propria vita.

 

Il mental training consente all’atleta/persona di ampliare il bagaglio delle proprie competenze e permette anche di raggiungere la consapevolezza di propri limiti e di superarli.

Esistono diversi metodi d’intervento, ma l’aspetto principale rimane la stesura di un piano individualizzato, che tenga conto delle caratteristiche del singolo atleta e della disciplina praticata.

 

La preparazione mentale si affianca alle altre forme di allenamento (atletico, tecnico, tattico) e  non si sostituisce a nessuna di esse ed alle figure che seguono la preparazione dell’atleta.

Tre le aree di intervento verso cui si rivolge lo psicologo dello sport, alcune riguardano:

  • goal setting;
  • capacità di concentrazione;
  • gestione dell’ansia e dello stress attraverso tecniche di rilassamento;
  • motivazione;
  • livello di attivazione;
  • autostima;
  • autoefficacia;
  • autoconsapevolezza del proprio corpo e dei pensieri;
  • recupero dall’infortunio ecc.;
  • gestione della fatica e del dolore;
  • gestione delle crisi negli sport di resistenza;
  • approccio agli allenamenti;

Gli sport di squadra hanno delle caratteristiche diverse rispetto alle discipline individuali, quindi anche il tipo di intervento avrà delle proprie specificità.

Il lavoro principale in questi contesti riguarda la necessità di passare da un livello di “gruppo” a quello di “squadra”. Anche se i due termini sembrano rimandare a due realtà simili, in realtà il passaggio da gruppo a squadra può determinare le realizzazione ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati, ed il miglioramento della performance globale.

Il lavoro viene rivolto al miglioramento dei processi comunicativi a vari livelli (all’interno del gruppo atleti, tra squadra e allenatore, tra squadra e dirigenza ecc.), alla creazione di obiettivi comuni, alla gestione dei conflitti ecc..

Da quanto sopra, è facile capire come gli aspetti psicologici, emotivi e relazionali rappresentino oggi dei passaggi fondamentali per migliorare la propria performance e raggiungere obiettivi importanti nello sport e nella vita.

 


Testo a cura del Dott. Francesco Prisco

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La paura del successo – nikefobia

A cura del dott. Alessandro Visini - Counselor e Mental Trainer
Cell: +39 3487981771

Sito web: www.alessandrovisini.com

E-mail: info@francescoprisco.eu

 

 

Quante volte vi è capitato di essere quasi giunti alla vittoria quando, improvvisamente, succede qualcosa di irrazionale, incomprensibile e quanto sembrava a portata di mano svanisce nel nulla?

Pare impossibile temere di vincere e invece è un’eventualità che si presenta spesso, sia negli sport

individuali, sia negli sport di squadra.

 

La situazione appena descritta può essere inquadrata come nikefobia, vale a dire la paura di Vincere: la parola ha origine greca e si compone di "nike" vittoria e "phobos" ovvero paura.

È una fobia molto diffusa in ambito sportivo, che può caratterizzare anche altri contesti, come la scuola o il lavoro.

La paura di vincere deriva dal significato che la persona attribuisce alla propria pratica sportiva, in quanto tale senso determina i comportamenti agiti come conseguenza di valenze conflittuali.

 

La paura di vincere può apparire in seguito al raggiungimento di una vittoria o di un risultato inatteso, che determina nel soggetto una forte e inconsapevole responsabilità, che potrebbe derivare dal senso di colpa comparso in seguito all’evento vittorioso.

 

Il nuovo atleta è chiamato a cimentarsi in nuovi contesti, che prevedono un’esposizione nei confronti del pubblico, avversari, media e che potrebbero destabilizzare l’atleta, in quanto chiamato a recitare un nuovo ruolo, correndo il rischio di perdere il proprio mondo, in termini di abitudini, rituali.

Il raggiungimento di vittorie importanti o di nuovi record personali rappresenta un innalzamento della propria soglia prestativa personale, che determina la richiesta che l’atleta ripeta tali prestazioni eccezionali.

 

Talvolta la paura di vincere fa la sua comparsa in atleti che non hanno raggiunto risultati particolarmente rilevanti, nonostante essi siano potenzialmente delle promesse che potrebbero

raggiungerli sistematicamente.

Dietro a tali fenomeni si celano costrutti psicologici che tendono a considerare il successo come non meritato, o come il raggiungimento di desideri che confliggono con i paradigmi valoriali del soggetto, determinando dissonanze cognitive.

 

Tali difficoltà si concretizzano nella mancanza del risultato in gara, nonostante la buona qualità degli allenamenti, oppure in un’eccessiva ansia pre-gara, o ancora nel verificarsi di banali incidenti, che hanno ripercussioni sul risultato finale.

Spesso, l’atleta che soffre di questa difficoltà ritiene di non possedere le adeguate abilità per raggiungere il successo o di non essere all’altezza delle aspettative nei confronti di figure di riferimento come l’allenatore, i genitori, i compagni, i tifosi.

 

Questa sintomatologia è trasversale, nel senso che può colpire atleti di alto livello, di livello amatoriale o dei settori giovanili.

Chiaramente le ripercussioni sono molto pesanti e si traducono in un abbassamento del livello di autostima e del senso di autoefficacia, in una comparsa di demotivazione, che, a lungo andare, può portare all’abbandono della disciplina.

Una stima approssimativa quantifica una percentuale del 25% circa di atleti che presentano tale problematica: uno sportivo su quattro sperimenterebbe questo stato psicologico durante la propria pratica agonistica.

 

È un dato che deve fare riflettere gli operatori del mondo dello sport riguardo all’opportunità di prestare più attenzione a queste dinamiche, magari rivolgendosi ad uno psicologo dello sport, che possa offrire un supporto agli atleti e agli allenatori nella gestione di queste difficoltà.


Testo a cura del Dott. Alessandro Visini

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COME GESTIRE LA FATICA

A cura della dott. Francesco Prisco – Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Cell: +39 3293763590

Sito internet: www.francescoprisco.eu

E-mail: info@francescoprisco.eu

 

 

Ti sei mai accorto dei tuoi muscoli quando si indurirscono e sei ai limiti di un crampo?

Il dolore è così forte da costringerci a sentirlo!

E invece ti sei mai accorto di quando è la testa è esserti “scappata via” dalla fatica?

Oppure sentita mai l’ansia acuirsi, prima di arrivare al “chilometro” della fatica?

Quali sono le caratteristiche fisiche e mentali della fatica?

Quali strategie possiamo usare per gestire al meglio il momento di crisi e non cedere all’idea:

“NON CE LA FACCIO PIÚ” che si concretizza spesso in gara?

La buona notizia è che la fatica si può gestire.

Siamo portati a credere che la stanchezza sia legata ad elementi solamente fisici e siamo abituati a percepire il nostro livello di affaticamento attraverso segnali, come dolore muscolare, mollezza, ritmo cardiaco e respiratorio accelerati ecc, ma la percezione della fatica non è esclusivamente frutto di segnali fisici, in quanto deriva da un processo più complesso, che coinvolge anche il nostro sistema nervoso centrale, cioè il nostro cervello.

 

I segnali fisici, che partono dal corpo, come la concentrazione dell’acido lattico, del glucosio ematico, frequenza cardiaca e respiratoria ecc.., giungono al cervello, nella zona sottocorticale, che mette insieme tali informazioni di cui siamo coscienti.

Da queste informazioni si generano delle emozioni e dei pensieri, che creano a loro volta ulteriori reazioni nel corpo.

 

Quando il vissuto emotivo ed i pensieri generati dai segnali legati all’affaticamento sono negativi, ansiogeni, le reazioni del nostro corpo si tradurranno in un maggior affaticamento, ad esempio attraverso un aumento della concentrazione del lattato.

Tale aumento diviene un ulteriore segnale che giunge nuovamente al sistema nervoso centrale, alimentando l’ansia e quindi, a cascata le reazioni fisiche successive peggioreranno ulteriormente.

 

È evidente come la complessità della fatica vada oltre il semplice affaticamento muscolare.

Ma cosa può causare il legame tra i segnali della fatica e la qualità dei pensieri e delle emozioni ad essi connessi?

 

I fattori possono essere diversi, come le caratteristiche di personalità dell’atleta, le esperienze passate che lasciano dei ricordi influenti sull’interpretazione della competizione in generale e, quindi, anche del significato da attribuire alla fatica ecc..

 

La preparazione mentale offre la possibilità di gestire al meglio i momenti di maggiore difficoltà, intervenendo nel circuito suddetto, modificando il vissuto emotivo ed i pensieri dell’atleta, facendoli divenire positivi e propositivi, migliorando la risposta del corpo.

 

Se i segnali corporei della fatica non vengono vissuti con significati negativi, ansiogeni, sarà possibile diminuire l’aumento dell’affaticamento e gestirlo al meglio.

 

Naturalmente non si vuole affermare che è possibile annullare la fatica, che rimane comunque un fattore molto utile per la gestione di sé, ma si può di certo lavorare per funzionare al meglio, anche in quei momenti in cui ci si sente sfiniti e continuare a gareggiare diviene complicato.

 

Esistono diversi programmi di mental training specifici per la gestione della fatica.

La scelta del percorso più utile sarà determinato da alcuni fattori imprescindibili come fattori personali dell’atleta, la disciplina praticata, le risorse presenti (sia individuali che relazionali e ambientali).

 

Soprattutto negli sport di resistenza molti atleti rivolgono sempre maggiore attenzione all’aspetto mentale/psicologico della fatica, a dimostrazione di come la sola preparazione atletica può non bastare per migliorarsi, per tornare ad esperire sensazioni positive nella pratica sportiva.

 


Testo a cura del Dott. Francesco Prisco

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RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI: IL GOAL SETTING

A cura della dott. Francesco Prisco – Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Cell: +39 3293763590

Sito internet: www.francescoprisco.eu

E-mail: info@francescoprisco.eu

 

 

Sicuramente ti sarà capitato, nel corso della tua vita, sperimentare un senso di frustrazione nel vedere le tue mete allontanarsi e non per tua “colpa”… Nello sport, cadere e rialzarsi è cosa di tutti i giorni, ma rialzarsi e continuare a guardare lontano, forse, lo è ancora di più.

Cosa è stato fatto di sbagliato?

Cosa si può fare per rialzarsi e ricordarsi di guardare sempre agli obiettivi che ci eravamo prefissati? Spesso non basta la sola volontà o avere molta determinazione.

Uno dei fattori che maggiormente caratterizza chi “tiene riesce a tenere duro”, consiste nella capacità di saper scegliere i propri obiettivi e formulare un programma per raggiungerli. 

Questo fattore è chiamato Goal Setting: una risorsa indispensabile nel mondo sportivo, ma anche in tutti gli altri ambiti della vita.

Imparare ad utilizzare la strategia del Goal Setting, soprattutto nello sport, facilita il raggiungimento degli obiettivi desiderati e il miglioramento della performance, ha delle influenze positive sull’approccio all’allenamento, rafforzando la motivazione ed il senso di autoefficacia e, infine, delle capacità di far fronte alle difficoltà.

Ciò significa indirizzare i propri sforzi in modo consapevole e non dispersivo, avendo sempre la misura dei miglioramenti raggiunti, o riuscire a correggere un piano di lavoro quando non riusciamo a raggiungere un obiettivo.

Affinchè il goal setting risulti veramente funzionale, deve essere formulato con obiettivi che contengano dei parametri, delle caratteristiche ben precise, senza le quali può essere addirittura controproducente.

Innanzitutto, occorre che gli obiettivi vengano individuati in sinergia tra atleta, psicologo dello sport e coach.

Conoscere la storia personale e sportiva di un atleta è un altro fattore fondamentale da non trascurare. Ciò consente di conoscere le risorse, ma anche gli ostacoli che possono intervenire nel percorso da intraprendere.

Inoltre, gli obiettivi devono essere:

  • Legati al tempo, cioè essere scanditi nel tempo, ovvero devono prevedere una scadenza limite in cui essere raggiunti. Bisogna inoltre distinguere tra: obiettivi a lungo termine, obiettivi a medio termine ed obiettivi a  breve termine.
  • Misurabili: l’efficacia del goal setting è legata ai feedback che esso può dare rispetto alla prestazione. Ovvero, è necessario trovare delle modalità per “misurare” i progressi.
  • Specifici per la disciplina praticata ed essere focalizzati su specifiche aree da migliorare e su cui lavorare.
  • Realistici e sfidanti, al fine di mantenere alta la motivazione e l’impegno dell’atleta o della squadra. “Realmente raggiungibili”, quindi legati alle effettive possibilità di partenza e, allo stesso tempo, sfindanti. Infatti obiettivi troppo facilmente raggiungibili possono generare noia, di contro mete eccessivamente elevate possono scoraggiare ed influire negativamente sull’autostima e sull’autoefficacia.
  • Descritti in positivo: è molto più efficace descrivere gli obiettivi in termini di “ciò che si vuole raggiungere”, invece che rispetto a ciò che non si vuole.

La commistione di questi elementi permette di mantenere vivo l’impegno, l’interesse, la passione verso la disciplina praticata, di favorire un miglioramento della performance, ma anche di stimolare sensazioni intime e soggettive positive.

 


Testo a cura del Dott. Francesco Prisco

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RELAZIONE ANSIA E STRESS E METODOLOGIA D’INTERVENTO

A cura della dott.ssa Miriam Jahier - Psicologia clinica e dello sport

Cell: +39 333.6009338

Sito internet: www.mindtrainer.it

E-mail: m.jahier@mindtrainer.it - info@mindtrainer.it

 

 

In riferimento alla tabella del flow costruttivista (Czikszertmihalyi,1975), quando si parla di ansia si intende un eccesso di attivazione di risposte neurofisiologiche e quindi cognitive, emotive, comportamentali e fisiologiche, senza che vi siano stimoli esterni appropriati.

Siamo in situazioni di stress acuto, circoscritto alla situazione contingente.

Gli stimoli ci sono, ma provengono dall’interno dell’organismo ed in particolare dalla mente: preoccupazioni verso una situazione che deve ancora accadere. Si verifica allora uno spostamento dell’attenzione e dei pensieri verso situazioni passate o future, ma certamente non presenti.

Possiamo fare una distinzione tra:

 

- Ansia di stato: è un’ansia normale e si attiva in tutte le situazioni di giudizio e confronto con l’esterno. I cambiamenti sono temporanei e si ritorna a un range normale non appena è terminata la situazione di stress, con immediato recupero delle energie psicofisiche.

 

- Ansia di tratto: caratteristica stabile della personalità, che implica un livello di tensione che è già strutturale a cui si somma l’ansia di stato. L’organismo non recupera completamente alla fine della situazione di stress, ma rimane un certo livello di tensione.

 

L’ansia e la paura sono normali in situazioni di pre-gara e sono entrambe funzionali ad attivare l’attenzione e la tonicità.

Quando l’ansia e la paura diventano eccessive, però, provocano vere e proprie situazioni di stress cronico, che mettono a dura prova l’organismo.

 

Cosa fare?

  • Ridurre e modificare le risposte cognitive, comportamentali e sensoriali, gestendo le emozioni.
  • Ridurre l’ansia corporea, attraverso tecniche di rilassamento progressivo, ad esempio la tecnica frazionata di Wolpe (1982). Principio di base: pensare attraverso il corpo riduce, indirettamente, l’ansia e induce distensione mentale.
  • Effettuare esercizi di contrazione e distensione muscolari abbinati alla respirazione e di focus mentale orientato sul corpo
  • Musicoterapia, anche attraverso la creazione di brani specifici, ad es. il CD Il viaggio (m.jahier 2014 www.mindtrainer.it), il cui obiettivo è la stimolazione polisensoriale, per l’attivazione, il ritmo, la distensione mentale e il rilassamento, con conseguente cambiamento fisiologico.
  • Riduzione ansia cognitiva attraverso tecniche cognitive e comportamentali:
  1. Tecniche di self talk
  2. Goal setting
  3. Ppf
  4. Biofeedback, ppf, pnl
  5. Visualizzazione-allenamento ideomotorio/imagery

L’ansia cognitiva si riduce, infine, attraverso un programma di cambiamento e rifocalizzazione dei pensieri definito Metodologia P.A.S.S.I. (M. Jahier, 2009).

P.A.S.S.I. è un programma di preparazione mentale che prevede:

 

P-Punti di forza

Quali sono gli aspetti caratteristici e specifici della tua disciplina e di quello che fai? Individua le caratteristiche specifiche e le qualità che ritieni di dover possedere per raggiungere prestazioni ottimali (fisiche,tecniche, psicologiche, tattiche ) e datti un punteggio da 1 a 10.

 

A-Attivazione

  •  Livello ottimale per essere focalizzati sul compito, definendo il range entro cui stare (minimo------------massimo)?
  • Quanta energia ti è necessaria e come puoi modularla per raggiungere la fine della gara/lavoro?

S-Sintonizzazione

Sintonizza mente e corpo: un tutt’uno per trovare lo stato di flow.

 

S-Sincronizzazione

Sincronizzati con quello che stai facendo e con l’ambiente dove ti trovi, in modo di sentirti perfettamente fluido e integrato, morbido, flessibile e a tuo agio.

 

I-Interiorizzazione

Interiorizza le sequenze motorie, adeguatamente preparate per ogni colpo, e allenale, in modo da creare delle tue routine. Questo ti permette di essere concentrato ad ogni colpo.

 

 

Per vedere le tecniche o metterti in contatto:

Dott.sa Miriam Jahier Psicologa dello sport – psicoterapeuta

www.mindtrainer.it

m.jahier@mindtrainer.it

 


Testo a cura del Dott.ssa Miriam Jahier

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Punto di rottura? E’ solo fatica!

A cura della dott.ssa Carla Putzu – Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta

Cell: +39 3497786947

E-mail: putzu.carla@gmail.com

 

 

Arrivare al punto di rottura significa superare il limite, andare a sbattere contro il muro insormontabile della fatica. Come fanno i runners che corrono una maratona, ad esempio, a vincere gli ostacoli imposti dalla fatica estrema ed a superare il muro?

 

L’unico modo è la consapevolezza di se stessi e del proprio corpo: solo in questo modo è possibile prevedere l’insorgenza della fatica. Percepire lo sforzo, che, a sua volta, è determinato e influenzato da diverse variabili: le caratteristiche individuali, il grado di esperienza maturata sullo specifico compito che stiamo affrontando, l’intensità, la durata e le caratteristiche intrinseche all’esercizio fisico, le condizioni esterne contingenti alla prestazione, come la temperatura, le condizioni ambientali ed infine le strategie cognitive utilizzate.

Quali sono le strategie utilizzate dai runners?

Ognuno di noi mette in atto, più o meno consapevolmente delle tecniche mentali per cercare di fronteggiare i momenti di crisi: c’è chi ascolta la musica, chi si concentra sul respiro, chi solo sull’ambiente, cercando di non ascoltare i fastidiosi segnali che provengono dal proprio corpo.

 

E’ interessante a questo proposito sapere che esistono strategie buone e altre meno efficaci, o meglio. Quello che è importante sapere è che esiste il momento buono per ciascun tipo di strategia!

 

Una strategia è quella denominata “dissociativa”, cioè di “distrazione”.

Sicuramente stai pensando che queste strategie ti consentiranno di non imbatterti nel muro.

 

Non è così.

 

Proviamo a pensare cosa succederebbe se, assorti o distratti in modo eccessivo dovessimo smettere di monitorare il nostro livello di sforzo, i parametri fisiologici legati ad esso, come la frequenza cardiaca, quella respiratoria, il dolore o… la sete, la fame.

O viceversa, se troppo concentrati sul respiro e impegnati ad ascoltare ogni segnale di dolore, ogni incremento di battito cardiaco, perdessimo di vista il ritmo della nostra andatura, la strada già percorsa e quella da affrontare, le condizioni esterne, i tempi intermedi.

 

E allora?

 

E’ necessario saper alternare “momenti di monitoraggio” della nostra macchina-corpo, per evitare le crisi, dovute al sovraccarico, o all’esaurirsi delle riserve energetiche, a “momenti di dissociazione”, in cui dovremo contrastare il pericoloso potere distruttivo che l’attenzione ai sintomi porta con sé, in quanto in grado di ingigantirli.

 

E’ chiaro che diventa necessario un addestramento alle tecniche dissociative e associative.

Bisogna imparare e poi allenare la nostra mente a sapere intervenire nei momenti giusti.

Imparare a monitorare i parametri fisiologici, le strategie di autoregolazione, di attenzione e immaginazione del percorso di gara, al dialogo positivo interno, alla definizione degli obiettivi intermedi.

 

Tutte queste abilità, infatti, non possono essere improvvisate al momento, ma studiate nei dettagli, e perfezionate proprio durante gli allenamenti tecnici, affiancandoli.

 

E' indispensabile allenare la mente a sfruttare tutte le proprie risorse, utili all’obiettivo, tanto quanto lo è allenare il proprio corpo all’esercizio fisico: è così che i top runners ottengono prestazioni eccellenti!


Testo a cura del Dott.ssa Carla Putzu

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ANSIA AGONISTICA

A cura della dott.ssa Miriam Jahier - Psicologia clinica e dello sport

Cell: +39 333.6009338

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E-mail: m.jahier@mindtrainer.it - info@mindtrainer.it

 

L’ansia e lo stress sono due processi strettamente collegati.

L’ansia è sempre collegata a una situazione di paura, reale o immaginata, che provoca cambiamenti temporanei o permanenti nell’organismo, definiti per l’appunto stress.

Una certa dose di ansia, ovvero di tensione o di paura, è normale, quando si affrontano situazioni o compiti percepiti come insuperabili o quando temiamo il giudizio degli altri.

Inoltre, comporta la necessità, da parte dell’organismo, di affrontare la situazione che si presenta per risolverla e ritornare a una condizione di rilassamento e quindi di scarica della tensione precedentemente generatasi.

Il ritorno ad una situazione di calma implica dunque un riadattamento e una riorganizzazione delle informazioni, con incremento di competenza ed efficienza, più attenzione e tonicità, tanto che si parla di stress positivo o eustress.

 

Selye, 1974, medico inglese, introdusse il concetto di stressor per definire gli agenti stressanti.

Ci sono due tipi di stressor: quelli positivi e quelli negativi, chiamati rispettivamente eustress e distress.

- Stressor: provocano una variazione dell’equilibrio omeostatico e cambiamenti di parametri neurovegetativi e comportamentali (diminuisce il livello di sopportazione e ci si arrabbia per nulla), oltre che alterazioni a livello psichico (fissazioni del pensiero), motorio (agitazione o astenia), immunologico e ormonale (abbondanza cortisolo).

  • Eustress (positivo): sfide e responsabilità appropriate per l’organismo, inducenti nel tempo una maggiore competenza e soddisfazione.
  • Distress (negativo): conflitti emotivi, aspettative eccessive, pressioni troppo elevate rispetto alle capacità, lutti, disgrazie, ecc.. Le situazioni negative da affrontare sono troppo rapide e ravvicinate e l’organismo non riesce a raggiungere in tempo la distanza emotiva adeguata.

Allo stress si collegano i concetti di sforzo, velocità, forza e reazione.

 

Se lo stress è una reazione a un cambiamento, fisico o psichico, capace di turbare l’equilibrio della persona, allora si determina una spinta o uno sforzo dell’organismo per rimuovere la pressione che si è generata.

Se la pressione viene eliminata in tempi brevi avremo uno stress acuto; in caso contrario e con tempi più lunghi avremo uno stress cronico.

 

In riferimento allo stress cronico Selye definisce la sindrome generale di adattamento allo stress, o G.A.S., evidenziando tre fasi:

  1. Fase di allarme. Tutti i parametri fisiologici e le funzioni neurovegetative vengono attivate con una maggiore produzione di ormoni. Si è più vigili e attenti e pronti a reagire o combattere.
  2. Fase di resistenza. Può durare diversi anni o anche tutta la vita; l’organismo cerca di adattarsi e di normalizzare le sue risposte fisiologiche.
  3. Fase di esaurimento. L’organismo non si adatta e si verificano crollo psicofisico, stanchezza, riduzione delle difese immunitarie, aumento dei processi infettivi, produzione di cellule tumorali per la degenerazione degli organi.

Testo a cura del Dott.ssa Miriam Jahier

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SPORT, FAMIGLIA E… SALUTE

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello sport

Cell: +39 347 9347685

Sito internet: www.psymedisport.com

E-mail: info@psymedisport.com

 

La Psicologa dello Sport Marina Gerin Birsa dà delle semplici indicazioni per far sì che lo sport diventi un’occasione di divertimento e salute!

Tuo figlio ha piu' di 10 anni?

«Se tuo figlio ha superato i 10 anni, lo sport ideale da fare insieme è il tennis», propone la Marina Gerin Birsa, psicologa dello sport a Gorizia.

«Sarà un’occasione tutta vostra per stare insieme, diventando più uniti, più affiatati».

Tutti sanno che lo sport è fondamentale per lo sviluppo fisico dei bambini e perché allora non provare a farlo tutti insieme?

Certo, quando i figli sono piccoli è più facile... Ma c’è speranza anche con gli “sdraiati”, gli adolescenti più recalcitranti. «Allenarsi insieme trasforma la famiglia in un team, che collabora per un obiettivo concreto», commenta .

Vedrai, basta musi lunghi e facce annoiate e, in più, tu ti godi un’estate in piena forma.

 

Hai bimbi piccoli: mare o trekking!

«In spiaggia entrate in mare insieme, per nuotare o semplicemente giocare. I bambini vivranno serenamente i primi approcci con le onde e impareranno i primi rudimenti di uno sport fondamentale per diventare più sicuri nella vita», propone la psicologa dello sport.

 

Un altro sport adatto è il trekking.

«Camminare è un’attività naturale, che non preoccupa i bam­bini. Portarli in un ambiente nuovo, magari in mon­tagna, dove potranno scoprire piante e animali sconosciuti, vedere le cime o fermarsi per uno spuntino in un rifugio renderà tutto più divertente, avventuroso. Così manterranno alta l’attenzione e la voglia di camminare, che tra i piccoli cala mol­to velocemente», spiega la psicologa.

 

I tuoi figli sono adolescenti?

«Per chi frequenta la spiaggia, il beach volley è l’attività ideale da condividere con i ragazzi. È una vera sfida che esige anche tattica e una buona intesa nel team in campo, magari genitori contro figli o maschi contro femmine. La partita diventerà un momento capace di coinvolgere e di mettere di buonumore tutta la famiglia», commenta Marina Gerin Birsa.

 

Se cerchi un’attività che riequilibri gli umori in famiglia, l’equitazione fa emergere le qualità di ognuno, rendendo anche i ragazzi più disponibili. «Cavalcare aiuta a prendere le giuste distanze dalle situazioni conflittuali e a superare screzi e piccole discussioni che parevano insormontabili. Inoltre, regala l’opportunità di vivere la natura senza annoiarsi», commenta la psicologa.

 

Siete solo tu e lui?

«Ci vuole uno sport che metta i partner sullo stesso livello, come il tiro con l’arco: la forza muscolare non è predominante e la tecnica ha un ruolo fondamentale. Così può svilupparsi un sano senso di competitività, stimolante per entrambi», spiega la psicologa. D’estate i campi con i bersagli si moltiplicano e puoi cimentarti anche sulla spiaggia o in campagna. «È facile, stimolante e non è faticoso», commenta Gerin Birsa.

 

Anche la vela è un’ottima occasione per fare sport con il proprio partner», aggiunge la psicologa. «In questo caso punta a fare squadra: ognuno ha il suo ruolo a bordo, indispensabile per far veleggiare l’imbarcazione, sfruttare al meglio il vento, viaggiare in sicurezza. Si la­vora insieme, completandosi». L’ideale se lui è più tifoso, che sportivo.

 

Sei una mamma single?

«Approfitta del percorso salute nell’area verde vicino a casa: al fitness abbini la gioia di stare con il tuo bambino, coinvolgendolo negli esercizi.

Il piccolo condividerà il tuo entusiasmo e potrete fare tanti piccoli giochi insieme», consiglia Marina Gerin Birsa.

Diventerà l’occasione per mantenerti in forma, soprattutto se non hai tempo per la palestra.

 


Testo a cura del Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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Motivazione

A cura della dott.ssa Carla Putzu - Psicoterapia cognitivo-comportamentale - Neuropsicologia

Cell: +39 349 7786947

E-mail: putzu.carla@gmail.com

 

La parola motivazione è composta da due concetti chiave: movimento e azione.

La motivazione è una forza che ci spinge fortemente a muoverci verso un'azione, condotti da un'esigenza, un bisogno, un desiderio... spesso sono irrinunciabili, potenti e rappresentano una forza che assume l'aspetto ora di spinta dall'interno, ora di attrazione dall'esterno.

 

Facciamo un esempio: durante un duro allenamento, la fatica ed eventuali variabili esterne avverse possono far vacillare la nostra tenacia nell'andare avanti.

 

Quali sono le forze che entrano in gioco in quei momenti e che ci permettono di resistere

Una spinta interna a perseverare, per non vanificare il lavoro svolto fino a quel punto; e il nostro compagno di allenamento che davanti a noi non fa trasparire alcun segno di cedimento.

In quest'ultimo caso parliamo di motivazione estrinseca, in quanto è il confronto con l'altro a muovere la mia volontà, sono attratto dall'esterno a continuare nella mia azione.

Nel primo caso, invece, la motivazione è intrinseca, nasce dentro di me come spinta interiore: il confronto è con me stesso.

 

Spostiamo ora l'esempio in un contesto di gara.

La posta in gioco si alza: la motivazione estrinseca è rappresentata dal risultato, dall'eventuale premio, dalla medaglia o dalla posizione ambita in classifica, dal tempo prefissato e dai riconoscimenti e apprezzamenti sociali legati all'evento.

Quella intrinseca è legata ad aspetti di autostima, di considerazione di se stessi, alla volontà di fare bene, di fare meglio, di eccellere, non rispetto ad altri, ma con se stessi.

È il concetto di autoefficacia, cioè la “consapevolezza di essere capace di fare”.

 

Non è poco!

 

Più mi sento auto-efficace e più mi diverto, e maggiore è la piacevolezza provata per quello cha faccio, maggiore sarà il mio impegno in termini di tempo e costanza impiegato in quella attività, cosa che porterà ad ulteriore aumento di esperienza ed efficacia.

 

Quale sia il tipo di forza maggiormente vincente tra le due è chiaro.

 

Vale nello sport, come nella vita: qualunque sia l'obiettivo, nel percorrere una strada lunga e faticosa abbiamo bisogno di grosse riserve di spinta interiore, quella che nasce e si allena dentro di noi, con un atteggiamento positivo e propositivo, che punti ad una crescita del tutto personale, a concentrare attenzione ed energie nella prestazione stessa, e non solo nel risultato.

 

Allenare la motivazione comporta, tra le altre cose, un lavoro costante sulla definizione degli obiettivi verso cui dirigere l’azione: è bene che questi siano sempre predefiniti, chiari, condivisi e accettati dall’atleta e dall’allenatore e, soprattutto, realistici e potenzialmente raggiungibili, ma mai sottodimensionati rispetto al potenziale.

 

La percezione di autoefficacia, l’esperienza di prestazione ottimale e gratificante in modo intrinseco, può avvenire solo se percepiamo il compito come sufficientemente difficile e percepiamo noi stessi come sufficientemente competenti.

Quindi, compiti o obiettivi troppo semplici non sono vissuti come motivanti, ma, al contrario, compiti troppo difficili o obiettivi eccessivamente elevati, rispetto alle competenze saranno fonte di frustrazioni ripetute.

 

Quando l’obiettivo non viene raggiunto è necessario abbassarlo di livello, aggiustandolo, per progressivi adattamenti.

Allo stesso modo, se l’obiettivo viene centrato, il livello va spostato in alto, sempre al limite delle proprie capacità.

In questo modo, gli errori non saranno vissuti come un fallimento, ma come feedback per aggiustare il tiro.

 

Obiettivi in movimento dunque, costruiti su misura, plasmati su standard personali e individuali, che comprendano adeguati livelli di difficoltà e di divertimento o piacevolezza, suscettibili di continui aggiustamenti e revisioni.

 

E’ quindi evidente il fatto che promuovere e coltivare la nostra motivazione dipende principalmente da noi stessi: quando tutte le energie, le risorse e le abilità mentali che possiedi sono orientate alla prestazione che stai eseguendo, il premio è dato dal piacere insito nella prestazione stessa, in quanto azione sempre più efficace, consapevole e gratificante. 

 


Testo a cura del Dott.ssa Carla Putzu

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Vuoi costruire la tua prestazione ottimale? Corri verso il tuo Flow!

A cura del dott. Francesco Prisco  - Psicologo dello Sport - Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Cell: +39 329-3763590

E-mail: info@francescoprisco.eu

Sito web: www.francescoprisco.eu

 

Quel giorno, in quella gara ho avuto la sensazione che tutto mi riuscisse alla perfezione, il tempo si dilatava, ero padrone della situazione... ero il mio gesto, ero la mia corsa...ed ero completamente coinvolto”.

Questo è ciò che viene definito Flow, un vero e proprio “stato di grazia”, che si può provare nello sport, a qualsiasi livello, ma anche nella vita di ogni giorno nelle tante attività svolte.

La corsa rappresenta una pratica che consente a molti di provare delle sensazioni positive, di benessere.

Infatti, più che negli altri sport, il runner, amatore o agonista che sia, trova soddisfazione semplicemente nel “correre”, non solo nella vittoria o nel piazzamento.

Ogni metro in più corso, rappresenta una piccola conquista che migliora l’autostima, armonizza le risorse della persona e influenza positivamente lo stato emotivo.

 

Vediamo insieme alcuni consigli:

1) Unire azione e coscienza, creare una totale sincronia tra la mente che pensa ed il corpo che agisce.

Provate, durante un allenamento, a fissare un punto ad una decina di metri di fronte a voi mentre correte.

Chiudete gli occhi e raggiungetelo, poi aprite gli occhi quando pensate di aver raggiunto quel punto.

Vi accorgerete che nella vostra mente comparirà l’immagine di voi che correte, del contesto in cui vi state allenando e qualsiasi altro pensiero probabilmente non troverà spazio.

In questi 10-20 metri avrete creato una sincronia tra mente e corpo e ciò renderà ancora più piacevole allenarvi o gareggiare.

 

2) Vivere il momento presente, ovvero sgomberare la mente da ricordi del passato e pensieri legati al futuro.

Provate ad immaginare la nostra mente come se fosse una lavagna.

La nostra lavagna è piena di informazioni, pensieri, impegni, preoccupazioni e ciò ci impedisce di viverci il momento presente così com’è.

Cancellare momentaneamente tutti i segni presenti sulla superficie della lavagna ci permetterà di essere presenti con noi stessi, con ciò che ci circonda in quel momento.

Correre “liberi”, da tali ostacoli mentali, consente di vivere la gara o l’allenamento del momento, diminuendo l’ansia e la preoccupazione.

 

3) Concentratevi sui feedback positivi o negativi, per capire dove state andando.

Imparare a conoscersi significa anche saper utilizzare quei messaggi che ci indicano se stiamo andando nella giusta direzione o se dobbiamo cambiare qualcosa.

Provate a fermarvi alcuni minuti dopo aver percorso i vostri chilometri, assumete una posizione comoda e chiudete gli occhi.

Ripercorrete la corsa appena conclusa, concentratevi sui momenti più importanti, sulle sensazioni più belle che avete percepito.

Fate un confronto tra il prima e il dopo la corsa, come è cambiato il vostro umore? I vostri pensieri? Il vostro corpo?

Il mental training può rappresentare un valido aiuto per raggiungere tale obiettivo.

 

E’ possibile leggere l’intero articolo su: www.siciliarunning.it


Testo a cura del Dott.Francesco Prisco

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La psicoterapia ipnotica per "vincere" i limiti dello sport

A cura del dott. Massimo Masserini - Psicologo clinico - Pedagogista - Psicologo dello sport

Tel./fax 035 215860:

Cell: +39 335 5835433

E-mail: m.masserini@sospsicologo.eu

Sito web: www.sospsicologo.eu

 

L’accettazione dei propri limiti è una convinzione fondamentale in tutta la vita di Milton H. Erickson.

Questo vale a partire proprio dalla sua condizione di invalidità, alla quale non si arreso mai, anzi:  è riuscito a considerarla un vantaggio: la poliomelite e la paralisi totale l’hanno aiutato a diventare un attento osservatore delle persone e del contesto.

Partendo da questo esempio di vita, ho iniziato le mie ricerche, per cercare di aiutare gli atleti ad iniziare il loro percorso di cambiamento, proprio a partire dall’accettazione dei propri limiti. Accettazione vuole dire base di partenza per costruire un percorso, di cui né io, come psicologo, né l’atleta conosciamo l’evoluzione.

La base, le fondamenta, per erigere un nuovo modo di pensare, che potrebbe portare ad un miglioramento fisico e psichico.

Il  mio obiettivo non è quello di risolvere il problema o la difficoltà portata dall’atleta, ma aiutarlo a trovare i modi più utili e costruttivi di funzionamento del suo pensiero.

Ritengo pertanto fondamentale il ruolo della Psicoterapia Ipnotica Neo-Ericksoniana.

 

Il percorso parte Psicologia dello sport e dalla Psicoterapia Ipnotica Neo-Ericksoniana, alle quali ho avvicinato due discipline sportive, che possono aiutare gli atleti di qualsiasi disciplina a diventare più “forti”, “determinati” e “consapevoli”, dei loro limiti e come superarli: intendo gli sport da combattimento e gli sport velici, che, a mio avviso, racchiudono quella capacità di affrontare l’avversario e la “paura” ogni volta diversa (Sé stesso, l’altro, la natura) e permettono a chiunque di “superare” i propri limiti, nella piena consapevolezza di poterli accettare.

Ho infine elaborato un nuovo concetto che riunisce la Psicologia dello sport, il mental traning, la Psicoterapia Ipnotica Neo-Ericksoniana, gli sport da combattimento e gli sport veloci:

 

MINDFULLPOWER, attingendo il pensiero dalla Minfulness alla cui base c’è il concetto della piena consapevolezza e dell’accettazione non giudicante del proprio pensiero.

 

La MINDFULLPOWER è pertanto la piena consapevolezza non giudicante dei propri limiti e della piena forza “in potenza”, come direbbe Aristotele, della propria mente.

 

MINDFULLPOWER: “ACCETTARE I LIMITI PER VINCERE SEMPRE


Testo a cura del Dott. Massimo Masserini

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La superstizione aiuta gli atleti

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello Sport 

Mobile +39 347-9347685

E-mail: info@psymedisport.com

Sito web: www.psymedisport.com

 

Una ricerca tedesca dimostra che chi porta in campo un portafortuna o segue un rituale particolare prima di giocare ha delle performance migliori. Secondo gli esperti si tratta di un meccanismo mentale che stimola la sicurezza personale.

C’è chi non si fa la barba, chi si tocca i pantaloncini, chi fa rimbalzare la palla 4 volte e poi gira la racchetta, chi, prima di tirare il rigore, recita il suo “rituale mentale personale”…

 

Il mondo dello sport è pieno di scaramantici, che, secondo la scienza, hanno la loro ragione di esistere.

 

La dottoressa Marina Gerin Birsa, docente di Psicologia della Devianza e dei comportamenti a rischio nello sport dell'Università Salesiana di Mestre (VE) spiega che tutto si basa sul cd. "locus of control", la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.

 

Se il locus of control è esterno attribuiamo il nostro successo a fattori estranei, come il caso, la fortuna o la capacità di un amuleto di proteggerci.

 

Se invece è interno, l'individuo ha piena consapevolezza di sè e si affida solo alle proprie capacità per raggiungere la vittoria".

 

Tra gli sportivi prevale la prima situazione. Il cervello cerca una via di fuga, da rischi e fischi, e si aggrappa agli amuleti.

 

Non c'è niente di male, ma la Psicologa consiglia sempre di abbandonare, il prima possibile, la superstizione e tutti i suoi rituali, perché funzionano solo nel breve periodo e solo se funzionano.

 

Nel lungo periodo però, un atleta, per essere tale, deve poter contare solo su se stesso.

 


Testo a cura della Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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La personalità del ciclista dilettante

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello Sport 

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E-mail: info@psymedisport.com

Sito web: www.psymedisport.com

 

La Psicologia dello Sport é un insieme di conoscenze scientifiche applicate - insieme ad altre discipline, come la medicina dello sport, la meccanica del movimento, la fisioterapia e la dietologia - per l'allenamento, la prestazione e la competizione sportiva.

L’obiettivo finale è evidenziare le potenzialità dell'atleta, in funzione del miglioramento della sua performance agonistica.

Lo sport del ciclismo esige tenacia, attenzione al dosaggio delle proprie energie e la caratteristica di non reagire direttamente contro gli avversari.

La dott.ssa Marina Gerin Birsa traccia il profilo di personalità del tipico ciclista dilettante.

Naturalmente questi aspetti di personalità sono stati misurati con test che hanno differenti caratteristiche, ma sembra che i risultati di queste ricerche possano in qualche modo tracciare un unico iter di pensiero.

Un ottimo spunto per ulteriori indagini in merito.

 

E’ possibile leggere l’articolo completo.


Testo a cura della Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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Come scegliere lo sport adatto al carattere del bambino

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello Sport 

Mobile +39 347-9347685

E-mail: info@psymedisport.com

Sito web: www.psymedisport.com

 

Non è difficile scegliere la disciplina ideale per un bambino. Basta puntare su quella che potenzia le sue doti naturali. E ne corregge i tratti spigolosi.

 

I piccoli che praticano uno sport, conferma l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, crescono meglio non solo dal punto di vista del fisico: hanno maggiore autostima e facilità nelle relazioni sociali.

 

Come scegliere, quindi, la disciplina più adatta a tuo figlio?

«Non è sempre facile capirlo» risponde Marina Gerin Birsa, psicologa sportiva e responsabile di Psymedisport, società che forma allenatori e atleti.

 

«Bisogna, prima di tutto, mettere da parte le aspettative di mamma e papà, perché spesso indirizzano il figlio verso lo sport che conoscono meglio o la palestra vicino a casa».

 

«Meglio osservare il suo carattere e cogliere le potenzialità del piccolo» aggiunge Carlo Napolitano, pediatra e autore di “Lo sport che fa bene al tuo bambino” (ed. Sperling). «E poi fargli provare tante diverse attività, per capire quale lo diverte di più e risponde alle sue esigenze, anche psicologiche».

 

Ecco i consigli dei nostri esperti :

 

1) Bambino timido e non gioca con gli altri

 

2) Pigro e poco reattivo

 

3) Saputello ed egocentrico

 

4) Riflessivo e strategico

 

5) Audace e un po’ spericolato

 

Buon “avvicinamento allo sport”!



Testo a cura della Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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La comunicazione efficace … nell’equitazione e non solo!

 

A cura della dott.ssa Elena Giulia Montorsi – Psicologa - Esperta in Psicologia dello Sport ed in Psicologia dell’adolescenza e della famiglia.

Studio: Milano e Roma

Studio virtuale su Skype: ElenaGiulia Montorsi

Mobile +39 339 7415928

E-mail: egmontorsi@gmail.com

Sito web: www.elenagiuliamontorsi.it

 

Un grande psicologo, Paul Watzlawick, ha scritto che “non si può non comunicare”.

Anche quando siamo in sella comunichiamo: con la postura corporea, con le espressioni del viso e con le nostre azioni, anche senza parlare comunichiamo costantemente.

Comunicare è fondamentale per gestire al meglio ogni situazione e relazione!

 

Esistono tre livelli di comunicazione - verbale, non verbale, vocale - e nove regole del buon comunicatore:

  1. tono di voce chiaro rispetto all’ambiente
  2. usare parole semplici e frasi corte
  3. parlare con calma
  4. evitare di gesticolare eccessivamente
  5. rimanere tranquilli e rilassati
  6. avere sempre una postura eretta
  7. essere nel posto giusto
  8. mantenere un contatto visivo con chi si ha davanti
  9. comprendere qual’è il momento migliore per parlare

Imparare a comunicare in maniera corretta non è difficile e l’impegno, la costanza e la motivazione sono di fondamentale importanza anche in questo campo.

Come spesso ormai accade, ti lascio con un consiglio: ogni volta che comunichi con qualcuno, sia a livello verbale, corporeo e vocale, prova a comprendere come lo fai, valutane pregi e difetti e se non sei sicuro, basta che osservi attentamente l’espressione del tuo interlocutore.

 

E adesso prova a migliorare: sono sicura ne trarrai grande soddisfazione!

 

E. G. Montorsi, “La comunicazione efficace”, Cavallo Magazine, giugno 2010, pg 43

Credit internet: http://www.elenagiuliamontorsi.it/pdf/sport/2010-06-01_CavalloMagazine.pdf

 


Testo a cura della Dott.ssa Elena Giulia Montorsi

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Mentalità vincente e cultura degli alibi

A cura della dott.ssa Elena Giulia Montorsi – Psicologa - Esperta in Psicologia dello Sport ed in Psicologia dell’adolescenza e della famiglia.

Studio: Milano e Roma

Studio virtuale su Skype: ElenaGiulia Montorsi

Mobile +39 339 7415928

E-mail: egmontorsi@gmail.com

Sito web: www.elenagiuliamontorsi.it

 

Chi sono i vincenti? Per rispondere mi sono venute in mente le parole di uno dei capostipiti della storia dello sport moderno Pierre de Coubertin, il quale disse “l’importante non è vincere, ma partecipare con spirito vincente”.

E “cosa impedisce alla mente degli atleti di essere vincenti?” e la risposta è: il 99% delle persone non affronta i suoi difetti e accampa scuse di fronte agli errori.

Il mio allenatore aveva l’abitudine di chiamare questo modo di fare “la politica delle scuse”.

Viviamo nella cultura degli alibi?

La politica delle scuse, o cultura degli alibi, è il tentativo di attribuire il motivo di una sconfitta a qualcosa che non dipende da noi.

Quante volte all’uscita del campo gara abbiamo sentito frasi come: “Eh oggi è andata male, ma è colpa del terreno”.

Troppo spesso però siamo portati a dare la colpa ad altro, piuttosto che a noi stessi.

C’è anche chi trova alibi più banali ed arriva ad accusare l’arbitro, gli stewart, il pubblico, l’aria, il tempo, l’umidità. Tutti elementi giusti, ma solo in rarissime occasioni.

 

Esiste la “Mentalità vincente”?

Possiamo intraprendere la strada per diventare atleti con mentalità vincente:

  •  il primo passo è imparare a vincere contro noi stessi ovvero imparare a vincere i nostri difetti.
  •  Il secondo passo è quello di imparare ad affrontare le difficoltà esterne con uno spirito “guerriero”. Lamentarsi non ha mai fatto vincere nessuna battaglia ed attaccarsi alle scuse come se fossero dei salvagenti non ha mai salvato nessuno, perché in verità quegli aiuti erano solamente fittizi.

La chiave di volta!

Affrontate i vostri difetti, non vergognatevi nell’ammettere un errore, imparate a studiare voi stessi, riguardate le vostre gare ed impegnatevi nel cercare di perseguire il miglioramento.

 

Un consiglio: non cercate la perfezione… non esiste!…

ma soprattutto con voi stessi e vedrete che non solo otterrete dei risultati, ma inizierete a divertirvi davvero ed essere realmente soddisfatti delle vostre conquiste.

 

E. G. Montorsi, “Mentalità Vincente e Cultura degli alibi”, Cavallo Magazine, settembre 2011, pg 33

 

Credit internet:

http://www.elenagiuliamontorsi.it/pdf/sport/2011-09-01_CavalloMagazine.pdf


Testo a cura della Dott.ssa Elena Giulia Montorsi

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La psicologia dello sport e le capacità mentali nell'attività natatoria

A cura della dott.ssa Marina Gerin Birsa - Psicologa dello Sport 

Mobile +39 347-9347685

E-mail: info@psymedisport.com

Sito web: www.psymedisport.com

 

La psicologia applicata allo sport del nuoto ha come scopo l'incremento delle prestazioni durante le gare.

Il programma della dott.ssa Gerin Birsa prevede due obiettivi operativi:

  • Incremento della consapevolezza delle proprie capacità mentali implicate nello sport del nuoto.
  • Analisi del gesto motorio, intesa non solo come analisi esclusivamente tecnica, ma anche esperienziale, emotiva e cognitiva.

Ai fini dello screening dell’atleta vengono somministrati uno o più test, cioè strumenti diagnostici che permettono di conoscere l'autovalutazione del nuotatore.

Quelli più utilizzati dalla dott.sa Gerin Birsa sono:

  • Questionario sulle abilità mentali (QuAM)
  • Test of Attentional and Interpersonal Style (TAIS).

In seguito, si struttura ad hoc il programma di intervento, centrato sia sulle prestazioni sportive, che sulle correzioni, nonché sullo studio dei tempi ottenuti durante le gare effettuate.

Il lavoro viene solitamente svolto con appuntamenti settimanali o quindicinali o tramite ritiri di 3-4 giorni, dove si lavora in gruppo sulle singole abilità mentali.

 

Leggi l’articolo con i dettagli.

 


Testo a cura della Dott.ssa Marina Gerin Birsa

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Il rumore nei piedi

A cura del dott. Marco Naman Borgese - Psicologo clinico e della Comunicazione

Esperto in Psicologia dello Sport

Mobile +39 393 9727137

E-mail: mar.borgese@gmail.com 

Sito web: www.marconamanborgese.com

 

C'è un giocatore, che attualmente milita nel campionato italiano di calcio, che si trova in una fase delicata della propria carriera: Edin Dzeko, attaccante bosniaco acquistato per circa  15 milioni di euro.

Le alte aspettative iniziali hanno dovuto però ben presto lasciare spazio all'evidenza delle deludenti prestazioni dell'attaccante bosniaco.

 

Elencherò alcuni numeri per facilitare la comprensione del caso (fonte FoxSports):

  • 25 sono le partite giocate da Dzeko, con solo 7 goal realizzati tra campionato e coppe. Una media di uno ogni 250.3 minuti.
  • 11.9% è la percentuale realizzativa rispetto i tiri in porta, nettamente inferiore a quella di altri attaccanti militanti nello stesso campionato.

Nonostante questi numeri potrebbero già di per sé giustificare la delusione dei tifosi, l'aspetto che maggiormente preoccupa, sono i grossolani errori sotto porta (come quello mostrato nel video) del bosniaco che si sono ripetuti costantemente nel corso dell'anno.

Troppi, e troppo gravi per riuscire a trovare una giustificazione di natura tecnica o fisica.

 

Come si spiegano questi incredibili errori?

Dobbiamo “uscire dai piedi” del calciatore ed “entrare nella testa”.

 

Gli errori diventano infatti maggiormente comprensibili se viene preso in considerazione il concetto di rumore (interno).

Per rumore (interno) intendiamo quella parte di informazione "errata" che giunge al nostre cervello, rispetto la parte di informazione corretta dello stimolo che stiamo analizzando.

Più il rumore (interno) sarà alto e più ci sarà un disturbo nell'elaborazione della corretta posizione del pallone.

 

Quali sono i fattori che portano a questi "errori" sensoriali?

  • Innanzitutto, esistono fattori, come ad esempio lo stress, in grado di aumentare "il rumore interno". Nel caso dunque di Dzeko i molteplici errori sotto porta si potrebbero spiegare con un'interferenza dello stress sui processi di integrazione delle informazioni sensoriali, che porterebbero il bosniaco ad attuare azioni comportamentali errate (gli errori inspiegabili).
  • Esiste inoltre anche una correlazione tra livello di attenzione e rumore (interno): maggiore è l'attenzione che si rivolge a qualcosa, maggiore è la capacità di analizzare in maniera corretta lo stimolo, in quanto il rumore (interno) diminuisce. Nel caso dell'attaccante lo stress potrebbe incidere anche su questa componente, in quanto influisce in maniera negativa sui processi attentavi e mnemonici.

 

Cosa può fare lo Psicologo dello Sport?

L’intervento in questo caso avrebbe come obiettivo principale la diminuzione del “rumore interno” dell’atleta. Come abbiamo visto esso risente delle stress, per questo sarebbe indicato attuare un programma volto alla gestione e diminuzione dello stress, attraverso ad esempio l’acquisizione di tecniche di rilassamento.

 

Bibliografia

Brunelli M., Traina G.: Meccanismi cellulari e molecolare della memoria. In: Brunelli M., Macchi G., Gainotti G., eds): Plasticita' neuronole. Pytagora, Bologna, 1992.

Grafman J., Passafiume D., Faglioni P., Boller F.: Calculation disturbances in adults with focal hemispheric damage. Cortex 1982, 18: 37-50.

Green, D.M.S. & John, A. (1966). Signal detection theory and psychophysics. Oxford, England: John Wiley & Sons

Marther, G. (2008). Perceptual uncertainity and line-call challenges in professional tennis, Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 275 (1643), 1645-1651

Mathies H.: Neurobiological aspects of learning and memory. Annu. Rev. Psychol. 1989, 40: 381-398.

Squire L.R.: Mechanisms of memory. Science 1986, 232: 1612.

 


Testo a cura del Dott. Marco Naman Borgese

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I percorsi della Mente

LA PSICOLOGIA DELLO SPORT SI PRESENTA

 

Scritto da: Dott.ssa Carla Putzu Psicoterapia cognitivo-comportamentale - Neuropsicologia

Cell: 3497786947 

Email: putzu.carla@gmail.com

 

Se la parola “psicologo” ti suscita l'immagine di qualcuno sdraiato su un lettino a parlare dei suoi sogni, …beh, allora sappi che lo Psicologo dello Sport lavora sul campo, vicino e insieme ai suoi atleti. 

 

 Lo Psicologo dello Sport:

  • Da un lato, studia i meccanismi di funzionamento della mente, che concorrono, aiutano, stimolano e promuovono l'allenamento tecnico, tattico e fisico, implicato in qualsiasi disciplina sportiva o attività motoria in generale
  • Dall’altro, spiega all'atleta come funziona la mente in allentamento o in una gara; lo aiuta ad individuare le sensazioni che del suo corpo, insegnandogli a controllarle, gli insegna a gestire le emozioni più difficili, come reagire alla frustrazione, alla fatica, all'ansia, al dolore, alla sconfitta. Lo aiuta a potenziare l'attenzione e le abilità necessarie a migliorare la propria prestazione.

 

In una parola, si “affianca” alla sua crescita: ne favorisce la consapevolezza, lo aiuta a definire obiettivi, strategie, programmi, tempi, ne accoglie le difficoltà, gli consegna strumenti, fino a quando possano essere gestiti in autonomia.

 

Lo psicologo dello sport lavora con atleti evoluti (contemporaneamente al tecnico e al preparatore), così come l’atleta amatoriale, proponendo programmi di allenamento.

 

Per rendere autonomo l’atleta, gli insegna tecniche di gestione dell'ansia o di altre emozioni non funzionali alla prestazione, come i programmi di rilassamento e respirazione applicati allo sport, strategie di incremento dell'attenzione e di visualizzazione.

 

Fornisce un supporto psicopedagogico nei contesti di sport giovanile, favorisce la comunicazione in staff e gestisce le dinamiche di gruppo, promuovendo lo spirito di squadra, di appartenenza e le interazioni tra i vari membri di una società.

 

Promuove il benessere, la salute e l'equilibrio psico-fisico.

 

Pensa adesso ad uno “psicologo dello sport”: vedi una cosa diversa?

 


Testo a cura della Dott.ssa Carla Putzu

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L'addestramento sportivo in età giovanile nelle scuole calcio

Scritto da: Dott.ssa Miriam Jahier - Psicologa dello sport – Psicoterapeuta

Cell: 333 6009338

Email: info@mindtrainer.it

Sito Internet: www.mindtrainer.it

 

Il settore giovanile presenta problematiche di diverso ordine e grado, in riferimento all’addestramento. I concetti fondamentali sono la gradualità e la metodologia utilizzata in funzione dell’età, dati gli importanti cambiamenti che si verificano da un punto di vista cognitivo, motorio, biologico e fisiologico

Normalmente, si usa pianificare e suddividere per fasce di età.

 

La prima che va dai 6 agli 11 anni, corrispondente alle attività di base (primi calci, pulcini, esordienti), che dovrebbe essere caratterizzata da gioco sportivo, inteso come psicomotricità ovvero stimolazione di abitudini motorie.

Questa fase rileva un determinato momento biologico e psicologico (prepubere) nel quale la formazione sportiva dovrà essere indirizzata alla costruzione della motricità generale con ampie sollecitazioni all’organizzazione coordinativa del movimento, alla costruzione della gestualità di base, ad attivazioni multifunzionali.

Deve essere gioco libero, con scarica dell’energia, eccitazione, novità, divertimento, ma anche in parte strutturato e quindi apprendimento e sperimentazione di semplici regole e movimenti di carattere generale.

Suddividendo maggiormente lo sviluppo, per dare maggiori riferimenti:

  •  fino a 7 anni esiste un’organizzazione di pensiero senso-motoria, cioè gli schemi mentali sono rudimentali e il movimento è organizzato secondo sequenze spazio-temporali definite. Abbiamo un egocentrismo sia di pensiero, che di azione e il comportamento è finalizzato a scaricare le tensioni. Il bambino è  impaziente, la sua attenzione è instabile, è volubile, ma molto curioso. Si dimostra particolarmente sensibile a quello che si fa e quindi alla comunicazione gestuale. Obiettivi semplici e facilmente raggiungibili. Il bambino di quest’età non si preoccupa di essere capito dagli altri, semplicemente scarica ed esprime quello che prova con tutta l’intensità del caso. Non sopporta a lungo le frustrazioni e le tensioni e necessita, emotivamente, di sostegno e approvazione.
  • Dagli 8 fino ai 10/11 anni, cominciano a maturare gli strumenti intellettuali riferiti al tempo, allo spazio, di causa, qualità, quantità, ecc. C’è una prima rappresentazione degli oggetti e il bambino incomincia a percepire un po’ la distanza tra sé e gli altri, ad avere un suo proprio pensiero sebbene ancora molto assolutistico.
  • Dagli 11 anni in poi il gioco comincia ad essere sempre più strutturato. Chiamiamo sinteticamente questa fase di “Avviamento sportivo e di formazione motoria multilaterale”.

La seconda fase, dai 12 ai 16 anni, rappresenta un momento di passaggio in quanto è caratterizzata da trasformazioni biologiche e psicologiche importanti ( fase puberale e post-puberale) sulla base delle quali si instaureranno potenziamenti e apprendimenti più specifici , qualitativi e complessi (costruzione dei requisiti condizionali) che determineranno la selezione dei giocatori.

Questa fase può essere chiamata di “Orientamento specifico e di definizione del modello sportivo”.

 

La scelta sportiva deve effettuarsi a partire dai 12 anni, momento in cui, dal punto di vista cognitivo, cominciano a svilupparsi le strutture corticali superiori e la capacità quindi di rappresentazione, di distacco dalla realtà concreta e quindi di scelta.

Dal punto di vista affettivo, si rientra in una fase di egocentrismo emotivo, dove si da importanza solo al proprio modo di sentire, che diventa unico e assoluto. Grande importanza riveste la figura dell’adulto, quale modello di riferimento, di contenimento e di guida.

La specializzazione delle capacità tecnico-tattiche deve avvenire a partire dai 16 anni, con la maggiore spinta ormonale e biologica di accrescimento.

Sono importanti i rinforzi, viste le grosse differenze in peso e altezza temporanei, ma spesso fonte di frustrazione o di bullismo.

Alcuni si sviluppano molto precocemente fisicamente, ma cognitivamente sono immaturi, altri sono cognitivamente più evoluti, ma in ritardo nello sviluppo motorio.

La pazienza e la preparazione dei tecnici sono le qualità che fanno la differenza.

 


Testo a cura della Dott.ssa Miriam Jahier

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Requisiti per la performance

Scritto da: Dott.ssa Miriam Jahier - Psicologa dello sport – Psicoterapeuta

Cell: 333 6009338

Email: info@mindtrainer.it

Sito Internet: www.mindtrainer.it

 

La prestazione di un giocatore, in qualsiasi tipo di sport,  è condizionata da quattro requisiti fondamentali, che devono essere preparati e allenati dallo psicologo dello sport, in integrazione con le altre figure tecniche necessarie ad un atleta.

 

 I requisiti sono:

  • Requisiti o capacità tecnico/tattiche: capacità di eseguire movimenti efficaci ed efficienti adatti a risolvere le situazioni di gioco, specifiche in rapporto alla disciplina scelta
  • Capacità coordinative: capacità che si sviluppano su condizioni neurologiche, fisiologiche e psicologiche, che permettono all’individuo di apprendere, controllare, regolare,  trasformare e adattare il movimento
  • Capacità condizionali: la resistenza, la forza e la velocità

Capacità psicologiche:

  • Le capacità psicomotorie comprendono le capacità senso-percettive, di differenziazione, di rappresentazione, di anticipazione e di preparazione all’azione.
  • Gli aspetti emozionali sono molto problematici in età giovanile e variabili negli stessi giocatori adulti, anche in funzione delle attività definite open o closed-skill. Le tensioni e lo stress possono produrre poi situazioni positive, arrivando a una condizione alterata di coscienza con controllo della situazione, la cd. peak performance, ma anche a situazioni contrarie, dove l’alterata coscienza porta a confusione e stordimento, il cd. choke.
  • Le capacità attentive prevedono la selezione degli stimoli, che cambiano a seconda che ci si trovi in situazioni di addestramento o di allenamento o di gara e si modificano in rapporto alla motivazione e ai tipi di rinforzi.
  • La memoria che comporta poi processi differenti, legati non solo alla struttura stessa, ma anche ai tipi di rinforzi o feedback dati e all’attivazione necessaria e ottimale.

Dunque, quali metodi usare che si dimostrino più efficaci per l’allenamento di questi requisiti?

Sono la collaborazione e l’integrazione di figure professionali differenti, quali preparatore atletico, allenatore, psicologo dello sport e nutrizionista a fare la differenza nella preparazione e nella formazione dei giovani, degli atleti e dei team.


Testo a cura della Dott.ssa Miriam Jahier

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Choking nell'equitazione

Scritto da: Dott.ssa Elena Giulia Montorsi – Psicologa - Esperta in Psicologia dello Sport ed in Psicologia dell’adolescenza e della famiglia.

Cell: 39 339 7415928

Email: egmontorsi@gmail.com

Sito Internet: www.elenagiuliamontorsi.it

Studio: Milano e Roma - Studio virtuale su Skype: ElenaGiulia Montorsi

 

Quante volte si è sentito dire dagli istruttori: “ha perso la testa” o “aveva la mente da un’altra parte”? La pressione della vittoria è l’unica percezione presente.

Altrettanto spesso nelle gare a squadre si entra in campo con alte responsabilità di risultato e molti fra amazzoni e cavalieri non riescono a gestire questa pressione.

 

L’“effetto choking” esiste a tutti i livelli.

La mente viene letteralmente “strozzata” dall’ansia, dalla tensione e dal vuoto. Eppure dov’è la differenza?

Si è saltato bene fino a quel momento, a livello tecnico si hanno tutte le carte in regola, ma nella testa scatta una chiusura.

Gli elementi del chocking

  • I primi cambiamenti si percepiscono a livello fisico: aumenta la tensione muscolare, la sudorazione, il respiro si fa affannoso e quasi diventa apnea.
  • Conseguentemente cambia il livello tecnico: viene meno la coordinazione e ogni movimento crea fatica. Si entra in uno stato di rushing, dove ogni azione viene eseguita frettolosamente e senza cura.
  • A livello mentale si entra nel distance distortion, in cui la mente crea illusioni ottiche creando delle distanze irreali. L’attenzione e la concentrazione subiscono una variazione importante: si mantiene un focus attentivo interno e ristretto e non si riesce ad uscire dai pensieri negativi
  • A livello ambientale: difficili condizioni di gara, livello troppo alto di responsabilità, aspettative di risultato, diventano una pressa stressogena che conduce ad un “circolo vizioso”, tra questi 4 fattori.

Come superare questo momento, nei pochi attimi tra il campo prova ed il campo gara?

Quando la mente entra in un loop negativo uscirne in pochi istanti diventa difficoltoso, a meno che non si ricorra a tecniche specifiche della preparazione mentale, focalizzate su:

  • Imparare una corretta tecnica di respiro non solo favorisce il rilassamento muscolare del cavaliere e di conseguenza del cavallo, ma fa spostare il focus attentivo su un altro elemento; in parole povere lo distrae dai suoi pensieri vorticosi.
  • Così facendo può provare a parlarsi internamente e cambiare le frasi da negative a positive: “non posso farcela, è impossibile” a “posso provarci, questa è una sfida”. Già con questi due elementi, che richiedono pochi istanti di concentrazione, consentono di far ritrovare una discreta calma.
  • La visualizzazione: ripassare il percorso nella propria testa con calma, salto per salto, pensando al tracciato ed ai tempi delle linee. Così facendo riduce a livello fisico ritmo cardiaco e respiro affannoso, l’attenzione torna a dirigersi verso gli elementi importanti e le responsabilità verranno vissute con maggiore sicurezza in se stessi.

I pochi minuti “persi” nella propria testa faranno guadagnare un risultato a dir poco soddisfacente ed i famosi istruttori potranno dire all’uscita dal campo: “ecco, finalmente hai usato la testa!!!”

 

E.G. Montorsi, “Se la mente fa choking”, Cavallo Magazine, luglio 2009, pg 26

Credit: http://www.elenagiuliamontorsi.it/pdf/sport/2009-06-01_CavalloMagazine.pdf

 


Testo a cura della Dott.ssa Elena Giulia Montorsi

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L'ansia come alleata

Scritto da: Dott.ssa Elena Giulia Montorsi – Psicologa - Esperta in Psicologia dello Sport ed in Psicologia dell’adolescenza e della famiglia.

Cell: 39 339 7415928

Email: egmontorsi@gmail.com

Sito Internet: www.elenagiuliamontorsi.it

Studio: Milano e Roma - Studio virtuale su Skype: ElenaGiulia Montorsi

 

Pochi sanno che, in realtà, uno certo livello nello stato di ansia è ottimizzatore della perfomance. Tradotto: aiuta a vincere. Se siamo portati a vivere l’ansia come un peso, possiamo scoprire che, gestita in maniera ottimale, può perfino diventare un punto di forza.

 

Bloccati dalla paura

Alla base dell’ansia c’è sempre una delle emozioni primarie dell’essere umano: la paura, quello stato che si prova quando vengono minacciati valori come sopravvivenza e incolumità. Ad esempio, tornare in gara dopo una brutta sconfitta o il ricordo di un evento traumatico fanno subito scattare nella mente dei processi che ci portano a provare questa emozione.

L’ansia si manifesta in maniera “multi-componenziale”:

  • a livello mentale si avverte il pericolo e non si riescono a percepire correttamente le sensazioni,
  • a livello fisico aumentano il battito cardiaco e la sudorazione, il sangue inizia a defluire verso i muscoli e di conseguenza si appare pallidi in volto. Il tutto è spesso accompagnato da nausea, chiusura dello stomaco, senso di vuoto e brividi, uniti al solo pensiero che la gara finisca presto;
  • a livello emotivo: oltre all’ansia, appaiono pensieri di negatività, che generano abbattimento, tristezza, angoscia e questo si riverbera sul corpo, sulla mente, e così via…

Se vi rivedete in questo identikit, sappiate che la gioia di competere può essere ritrovata e il segreto sta proprio nel farvi amico il nemico.

 

La chiave di volta

L’ansia è in realtà un attivatore di prestazione: consente alla testa e al corpo di essere pronti ad affrontare la competizione.

Mentalmente garantisce una maggiore rapidità nella presa di decisioni e induce a mantenere il livello di concentrazione più alto del normale.

Fisicamente, i muscoli sono irrorati di sangue, pronti allo sforzo e quindi reattivi al massimo.

 

Ecco dunque che entra in gioco la psicologia positiva, alla base dello stato di flow e necessaria per “combattere” l’ansia da competizione.

Non si tratta di un trucco in grado di far sparire ogni paura da un giorno all’altro, ma di una tecnica che, se allenata, dà ottimi risultati nel tempo… e scoprirai che, riportando l’ansia al giusto livello, avrai una nuova e valida alleata.

 

E. G. Montorsi, “Amica Ansia”, Cavallo Magazine, luglio 2009, pg 31

 

Credit:

http://www.elenagiuliamontorsi.it/pdf/sport/2009-07-01CavalloMagazine.pdf

 


Testo a cura della Dott.ssa Elena Giulia Montorsi

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Ipnosi e sport - seconda parte

Applicazioni dell’ipnosi con gli atleti

 

Scritto da: Dott.ssa Gladys Bounous - Psicologa psicoterapeuta

Cell: 3472734495 

Email: Gladys.bounous@bskilled.it

Sito Internet: www.bskilled.it

 

Nella pratica con gli atleti, posti in uno stato di trance ipnotica, riusciamo ad:

  • evocare alcune fenomenologie (comportamenti manifesti), che vanno oltre il controllo volontario della persona;
  • controllare alcuni parametri del sistema nervoso autonomo, che per definizione sono fuori dal controllo volontario del soggetto.

Vediamo alcuni esempi pratici in cui le tecniche ipnotiche diventano un aiuto per gli atleti:

  • riuscire a rallentare il battito cardiaco 
  • riuscire ad aumentare la percezione sensoriale (iperestesia ipnotica);
  • riuscire ad anestetizzare o monitorare la percezione del dolore (analgesia o anestesia ipnotica);
  • riuscire a modificare la termoregolazione corporea;
  • riuscire ad addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo (contrazione o dilazione del tempo)
  • riuscire a ridurre il focus attentivo;
  • riuscire a dissociare la propria mente dalle sensazioni fisiche (dissociazione ipnotica);
  • sapersi portare velocemente in uno stato simile a quello precedentemente sperimentato in una situazione di flow (regressione ipnotica);
  • focalizzare i propri obiettivi e avere chiari in mente i passaggi necessari per una buona prestazione (progressione ipnotica);

Adesso prova a chiederti: “Sarei in grado di fare queste cose, in questo momento, cioè in uno stato di normale veglia?”

 

Bibliografia

● Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience

● Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7

● Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.

● Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport

● Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport

● Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA

● Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.

● Morgan W (2002), Hypnosis in sport and exercise psychology, in Exploring sport and Exercise Psychology, American Psychological Association

● Hull CL (1933), Hypnosis and suggestibility, New York: Appleton-Century-Crofts

● Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement

● Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology

● Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)

● Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist

● Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis

 


Testo a cura della Dott.ssa Gladys Bounous

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Ipnosi e sport - prima parte

Studi sull’ipnosi e attendibilità

 

Scritto da: Dott.ssa Gladys Bounous - Psicologa psicoterapeuta

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Email: Gladys.bounous@bskilled.it

Sito Internet: www.bskilled.it

 

L’ipnosi è una tecnica approdata allo sport di recente, anche se in passato, numerosi nomi eccelsi dello sport italiano hanno dichiarato in diverse interviste di aver utilizzato l’ipnosi sportiva per migliorare la propria prestazione.

E’ il caso di Lea Pericoli e di Adriano Panatta che hanno dichiarato di aver fatto ricorso all’ipnosi sportiva nel loro percorso di allenamento mentale, negli anni ’60-’70.

In tempi recenti ricordiamo Giorgio Rocca e la preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. È Soprattutto all’estero che le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei percorsi di allenamento mentale.

I recenti studi dimostrano che le suggestioni ipnotiche, finalizzate a visualizzare e vivere l’esperienza sportiva, sono associate ad aumento del battito cardiaco, della respirazione, del VO2 max, del consumo di ossigeno, della produzione di anidride carbonica, del flusso sanguigno in regioni periferiche dell’organismo e dell’attivazione di specifiche regioni cerebrali.

 

Tutti questi studi dimostrano quindi che l’allenamento ipnotico alla prestazione sportiva non è solo una pura “suggestione mentale”, ma si tratta di un vero e proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo, l’ipnosi può essere utilizzata in due modi differenti, ma complementari:

 

●      per agire direttamente su parametri fisiologici e modificare le sensazioni corporee;

●      per operare sui pensieri e sulle emozioni che influenzano la prestazione.

 

A cosa serve concretamente l’ipnosi?

 

Tutti i ricercatori che studiano e applicano questa tecnica nel mondo sportivo sostengono che sia uno strumento privilegiato per portare l’atleta in una condizione analoga a quella esperita nel “flow” o nella “peak performance”.

 

Leggi le applicazioni dell’ipnosi nello sport

 

Bibliografia

●    Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience

●      Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7

●      Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.

●    Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport

●    Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport

● Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA

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● Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement

● Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology

● Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)

● Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist

● Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis.

 


Testo a cura della Dott.ssa Gladys Bounous

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