ARTICOLI E NEWS

Perché pagare di più per avere di meno? Differenze tra psicologi sportivi e mental coach

 

A cura di Miriam Jahier, Vicepresidente PDS

 

 

Lo Psicologo dello Sport è Coach quando insegna dinamiche relazionali e comportamentali strettamente inerenti alla Psicologia e quando allena le abilità mentali, mentre il Coach è soltanto allenatore di comportamenti orientati al raggiungimento di obiettivi e risultati.

I due ruoli non sono distinti per lo Psicologo dello Sport, ma per il Coach – è qui la differenza – lo sono.

 

In questo quadro di portata così ampia della Psicologia nasce in America e si diffonde in Europa una nuova figura presa a prestito dal mondo sportivo e riconosciuta da qualche anno a livello europeo: si tratta del Coach Mentale (o Allenatore Mentale), che dovrebbe allenare soltanto gli aspetti comportamentali, facendo riferimento a quelli motivazionali, emotivi e comunicativi che contraddistinguono le persone, sensibilizzando l’individuo a una maggiore consapevolezza e innescando in lui cambiamenti nei processi mentali dell’attenzione e della focalizzazione.

 

In questo ambito operativo il Coach Mentale ricorre a quell’insieme di competenze che permettono di definire al meglio ogni obiettivo e le soluzioni ottimali per raggiungerlo. 

 

Tuttavia i Coach si attribuiscono talvolta competenze psicologiche che non hanno.

 

Avere una formazione che sensibilizza ed educa a lavorare sul funzionamento della mente umana dovrebbe consentire di assistere nel modo più corretto le persone nella prospettiva degli obiettivi che queste si propongono. Ma un conto è disporre di leve motivazionali e di protocolli (i cosiddetti strumenti del Coach) finalizzati a orientare i comportamenti verso il raggiungimento di obiettivi, un altro è sapere come funziona realmente la mente umana nella complessità dei suoi processi.

 

All’inizio la formazione psicologica era stata estesa a quanti lavorano nel settore del business, della finanza, del diritto, delle tecnologie avanzate e dell’educazione, per consentire, mediante opportune attività di insegnamento e tutoraggio, di trasmettere un bagaglio di competenze non soltanto tecniche: l’idea di base era motivare e supportare in forma più empatica chi si affidava ai Coach per valorizzare risorse e potenzialità.

 

Ma l’assenza di un’adeguata cultura psico-sportiva unita al fatto che a tutt’oggi non esiste una formula univoca che determini con sufficiente precisione i contorni di questa funzione è all’origine di una ambiguità da cui a volte scaturiscono spiacevoli fraintendimenti circa il vero ruolo dello Psicologo e quello del Coach, soprattutto quando al primo viene attribuito un campo di esclusiva pertinenza clinica e solo al secondo è riservato l’intervento sul potenziamento e l’allenamento delle capacità mentali in ambito sportivo e non.

 

Questa presunta ma del tutto errata ripartizione delle competenze è frutto di una chiave di lettura distorta, per cui è giunto il momento di fare chiarezza.

 

Si approfitta allora di questa sede per ricordare che l’attività di Coach può essere svolta da chiunque decida di intraprendere un percorso alternativo al proprio lavoro. Operai, architetti, ingegneri, assistenti sociali, economisti, avvocati, educatori ecc. possono acquisire attraverso corsi, purtroppo anche solo di uno o due weekend, una specifica metodologia comportamentale integrata da protocolli di intervento. Protocolli da utilizzare insieme alle metodologie apprese, ma con l’accortezza, che dovrebbe essere sempre raccomandata, di non attribuirsi competenze in campo psicologico.

 

Conoscenze superficiali e competenze che in questo caso non sono comprovate da alcuna certificazione.

 

Va però detto che oggi i corsi per la certificazione di Coach a livello europeo sono più specializzanti, più formativi e di durata almeno biennale: danno maggiori competenze sui processi psichici e sugli strumenti di lavoro da utilizzare. 

 

Per prevenire ogni risultato non preventivato oggi si sta correndo ai ripari attraverso una migliore regolamentazione della formazione del Coach, proprio perché si è constatato che alcuni di questi operatori hanno improvvisato, e in casi estremi anche millantato, percorsi formativi del tutto inesistenti. Per contro, il Coach è abilitato all’utilizzo di metodologie specifiche che vanno a integrarsi a competenze nella sfera della comunicazione: ve ne sono alcuni che allenano e formano rifacendosi alla metodologia SFERA (Sincronia-Forza-Energia-Ritmo-Attivazione), altri che si affidano alla PNL, vale a dire il metodo di Programmazione Neuro-Linguistica di Bandler, frutto dello studio dei risultati ottenuti nel settore della psicanalisi e connessi a tecniche di comunicazione e di condizionamento neuro-linguistiche. Ci sono poi Coach che abbinano la PNL alle Costellazioni Familiari, ossia la tecnica di analisi sulla personalità sviluppatasi nella Psicologia sistemica.

 

Nella teoria, tutte queste tecniche consentono ai professionisti che operano nel campo del business, in quello giuridico, a livello manageriale e in ogni attività basata sulla mediazione di migliorare la formazione delle risorse umane che si affidano a loro, cosicché queste possano apprendere le formule necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro in funzione di obiettivi professionali e anche esistenziali.

 

Nella pratica, in questo quadro così delineato sono più che mai evidenti schemi e metodologie mutuati dalla Psicologia, messi in atto dalla figura a sé stante del Coach Mentale, che così facendo si basa su un approccio pragmatico, concreto, ma essenzialmente di superficie e di ricalco dei modelli appresi.

 

Il suo traguardo consiste infatti nella stimolazione continua degli atleti e di chiunque altro si rivolga a lui per il conseguimento di determinati obiettivi. Per tale ragione il Coach è fortemente orientato al risultato, al punto di condizionare i comportamenti di coloro che segue affinché questi si attengano con scrupolo al protocollo individuato.

 

Ma occorre tenere presente che simili protocolli si avvalgono pur sempre di tecniche psicologiche, cognitive e comportamentali che rientrano per intero nella sfera della Psicologia.

 

Ma di fatto i Coach Mentali non conoscono, se non a livello di superficie, il portato teorico alla base di questi protocolli, perciò non sono in grado né di sondare la persona nelle sue potenzialità e nei suoi limiti, né di riconoscere, e tantomeno di supportare, quando essa vive possibili casi di crollo, burn-out, sovraccarico mentale, infortunio fisico o forte stress emotivo.

Ma non solo: i Coach Mentali non hanno una conoscenza teorica e approfondita delle caratteristiche e delle difficoltà specifiche dello sport di riferimento.

 

Quindi, riassumendo, lo Psicologo è anche Coach quando allena e insegna. Dal canto suo invece il Coach non è uno scienziato, quindi non è Psicologo dello Sport. Conosce solo i comportamenti e li allena modellandoli su protocolli d’intervento ricavati dal campo della Psicologia, che usa per raggiungere obiettivi e risultati.


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La paura del successo – nikefobia

A cura di Alessandro Visini

 

Quante volte vi è capitato di essere quasi giunti alla vittoria quando, improvvisamente, succede qualcosa di irrazionale, incomprensibile e quanto sembrava a portata di mano svanisce nel nulla?

Pare impossibile temere di vincere e invece è un’eventualità che si presenta spesso, sia negli sport

individuali, sia negli sport di squadra.

 

La situazione appena descritta può essere inquadrata come nikefobia, vale a dire la paura di Vincere: la parola ha origine greca e si compone di "nike" vittoria e "phobos" ovvero paura.

È una fobia molto diffusa in ambito sportivo, che può caratterizzare anche altri contesti, come la scuola o il lavoro.

La paura di vincere deriva dal significato che la persona attribuisce alla propria pratica sportiva, in quanto tale senso determina i comportamenti agiti come conseguenza di valenze conflittuali.

 

La paura di vincere può apparire in seguito al raggiungimento di una vittoria o di un risultato inatteso, che determina nel soggetto una forte e inconsapevole responsabilità, che potrebbe derivare dal senso di colpa comparso in seguito all’evento vittorioso.

 

Il nuovo atleta è chiamato a cimentarsi in nuovi contesti, che prevedono un’esposizione nei confronti del pubblico, avversari, media e che potrebbero destabilizzare l’atleta, in quanto chiamato a recitare un nuovo ruolo, correndo il rischio di perdere il proprio mondo, in termini di abitudini, rituali.

Il raggiungimento di vittorie importanti o di nuovi record personali rappresenta un innalzamento della propria soglia prestativa personale, che determina la richiesta che l’atleta ripeta tali prestazioni eccezionali.

 

Talvolta la paura di vincere fa la sua comparsa in atleti che non hanno raggiunto risultati particolarmente rilevanti, nonostante essi siano potenzialmente delle promesse che potrebbero

raggiungerli sistematicamente.

Dietro a tali fenomeni si celano costrutti psicologici che tendono a considerare il successo come non meritato, o come il raggiungimento di desideri che confliggono con i paradigmi valoriali del soggetto, determinando dissonanze cognitive.

 

Tali difficoltà si concretizzano nella mancanza del risultato in gara, nonostante la buona qualità degli allenamenti, oppure in un’eccessiva ansia pre-gara, o ancora nel verificarsi di banali incidenti, che hanno ripercussioni sul risultato finale.

Spesso, l’atleta che soffre di questa difficoltà ritiene di non possedere le adeguate abilità per raggiungere il successo o di non essere all’altezza delle aspettative nei confronti di figure di riferimento come l’allenatore, i genitori, i compagni, i tifosi.

 

Questa sintomatologia è trasversale, nel senso che può colpire atleti di alto livello, di livello amatoriale o dei settori giovanili.

Chiaramente le ripercussioni sono molto pesanti e si traducono in un abbassamento del livello di autostima e del senso di autoefficacia, in una comparsa di demotivazione, che, a lungo andare, può portare all’abbandono della disciplina.

Una stima approssimativa quantifica una percentuale del 25% circa di atleti che presentano tale problematica: uno sportivo su quattro sperimenterebbe questo stato psicologico durante la propria pratica agonistica.

 

È un dato che deve fare riflettere gli operatori del mondo dello sport riguardo all’opportunità di prestare più attenzione a queste dinamiche, magari rivolgendosi ad uno psicologo dello sport, che possa offrire un supporto agli atleti e agli allenatori nella gestione di queste difficoltà.


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UNA TRIADE VINCENTE: PSICOLOGIA + ALIMENTAZIONE + SPORT

A cura di Patrizia Multari

 

Tendenzialmente, la forma fisica dovrebbe essere garanzia di ottimi risultati, laddove l'atleta la curi in modo armonico.

Tuttavia l'allenamento in palestra da solo non basta a determinare un fisico prestante: occorre integrarlo con un'alimentazione, equilibrata e bilanciata, in modo tale da fornire a tutto il corpo tutti gli alimenti necessari ad affrontare uno sforzo intenso e repentino.

Uno sport anaerobico, come quello praticato nel body building, richiede un'alimentazione di supporto, carica di carboidrati, per rifornire al corpo l’energia necessaria.

 

In sostanza una alimentazione efficace è costituita da una grande varietà di cibi, correttamente bilanciati e adeguati in rapporto al loro apporto calorico.

 

 

A questi atleti ho suggerito un programma alimentare personalizzato, stabilendo orari dei pasti più idonei e nel contempo preservando i gusti e le preferenze personali, per sostenere meglio i vincoli alimentari che l’attività di potenza richiede.

Le tecniche di rilassamento, la mindfulness, la musicoterapia e la cromoterapia hanno costituito un terreno fertile per accentuare le loro performance e riacquistare stima in se stessi.

 

Sono intervenuta con un programma di mental training per curare i dettagli del loro allenamento ideomotorio.

“L’ osservazione sul campo” ha permesso agli atleti di analizzare gli aspetti deficitari del loro allenamento, dandogli modo di accrescere fiducia ed autostima e di rinsaldare il pensiero positivo.

 

Gli esiti conseguiti nel campionato Nord Italia sono stati pari agli obiettivi auspicati tanto da continuare ad affidarsi allo psicologo dello sport per migliorare il loro benessere psicofisico.

 

Considerazioni conclusive

Il lavoro svolto con i body builders piemontesi ha permesso di  confermare l'importanza della dimensione psicologica connessa alla forma fisica e all'alimentazione naturale e di poter auspicare ottime performance, grazie all’intervento concertato su tutti i fattori chiave dell’atleta.

 

Riferimenti  Bibliografici

Le Tecniche di Mental Training, Psymedisport Group

Manarolo G. , 2009, Rivista Musica e Terapia, Cosmopolis Edizioni, Torino

Sanfo V., 2009, Cromoterapia. Guarire con i Colori, A.e.me.tra Edizioni,Torino

Schultz J. H, 1968, Il training  autogeno:esercizi inferiori e superiori , Feltrinelli,  Milano

Cerlati P., discografia  su Discogs.

 


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PERFORMANCE, STRESS E VARIABILITÀ CARDIACA

A cura di Lorenza Bicchieri

 

Tutti abbiamo esperienza del fatto che la nostra Frequenza Cardiaca (FC), ma anche la nostra Pressione Arteriosa (PA), è variabile in funzione di molti stimoli.

L’esercizio fisico, le emozioni o gli stressor acuti, ne sono solo alcuni esempi.

In condizioni normali, queste modificazioni sono temporanee, ossia i parametri fisiologici ritornano ai livelli basali per la persona al termine della sollecitazione.

Queste reazioni sono regolate dalle due branche del Sistema Nervoso Autonomo: il Sistema Simpatico, la cui attività provoca sul sistema cardiovascolare un aumento della FC e della PA, ed il Sistema Parasimpatico, che invece esercita l’effetto opposto. 

Quando la condizione psico-fisica è ottimale, l’attività di questi due sistemi è in equilibrio (bilanciamento simpato-vagale) e l’individuo in genere percepisce soggettivamente un adeguato stato di benessere e non rileva sintomi particolari.

Può accadere che, pur in condizione di benessere percepito, possa invece sussistere una situazione dove questo bilanciamento viene meno.

In questo caso il soggetto è esposto ad un maggior rischio di manifestare disturbi psicosomatici e, nello sportivo, un calo di performance, overtraining ed infortuni.

Esiste un indice oggettivo e scientificamente validato, in grado di evidenziare l’equilibrio della  bilancia simpato-vagale, ed è la Variabilità della frequenza cardiaca (HRV-heart rate variability). Questo parametro viene calcolato a partire dalla misurazione del tempo che intercorre tra un battito cardiaco e l’altro (intervallo interbattito), in condizioni di riposo.

Più una persona è in buona salute e riposata, più la HRV è alta, a significare che i due   sistemi svolgono il loro compito correttamente, bilanciandosi a vicenda.

L’affaticamento, i carichi di lavoro eccessivi o il recupero inadeguato, lo stress eccessivamente prolungato, abbassano la HRV ed indicano quindi la mancanza di equilibrio tra l’attività dei sistemi simpatico e parasimpatico.

Il disequilibrio generalmente consiste in un’incapacità del sistema vagale di riportare l’organismo in condizioni di riposo e recupero.

La HRV può essere allenata attraverso semplici esercizi di respirazione, meglio se attraverso biofeedback, che agiscono stimolando l’attività vagale. Ciò consente all’atleta di migliorare le proprie performance attraverso varie vie:

  • individuazione precoce e prevenzione di situazioni di sovraccarico (overtraining e/o overreaching), data la possibilità da parte del coach di adattare e personalizzare le tabelle di allenamento alle condizioni fisiche, rilevate oggettivamente;
  • potenziamento della propria capacità di recupero da parte dell’atleta;
  • l’allenamento della variabilità cardiaca, portando ad una maggiore efficienza cardiorespiratoria, ha come diretta conseguenza un miglioramento della resistenza fisica.

É inoltre dimostrato che allenare la HRV ha numerose ricadute positive in tutte le situazioni in cui è coinvolta un’eccessiva attività del sistema nervoso simpatico, come per esempio sulla gestione dell’ansia da prestazione o su molti disturbi psicosomatici.

Il training della variabilità cardiaca (HRV training), al pari dei training di rilassamento e di altre abilità mentali, fa parte del bagaglio di competenze dello psicologo dello sport.

 

Bibliografia:

Lehrer, P. M. & Gevierts, R. (2014). Heart Rate Variability biofeedback: how and why does it work? Frontiers in Psychology, 5, 756. http://doi.org/10.3389/fpsyg.2014.00756.

Jiménez, M. S. & Molina Mora, J. A. (2017). Effect of Heart Rate Variability Biofeedback on Sport Performance, a Systematic Review. Applied psychophysiology and Biofeedback, Jun 1. don: 10.1007/s10484-017-9364-2.


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IL LINGUAGGIO DEL CORPO NELLO SPORT

A cura dI Alessandro Ledda

 

Perché la danza Haka Maori usata dagli Allblack, che è diventata famosa proprio come rituale di carica agonistica e di intimidazione degli avversari, funziona?

 

Il linguaggio del corpo è ormai diventato una componente fondamentale da osservare per la comprensione degli stati emotivi, propri e altrui. Essendo per lo più inconsapevole, è di fatto il canale di comunicazione più autentico e influente.

 

L’interesse della comunicazione non verbale in ambito sportivo è però abbastanza recente. Le ricerche svolte in questo senso si sono poste la domanda di come le emozioni espresse dal motorio-gestuale, le posture ed altri indicatori, come ad esempio l’abbigliamento o l’attrezzatura, potessero influenzare le prestazioni effettive sul campo.

In questo articolo porrò l’attenzione soprattutto su due modalità con cui il linguaggio non verbale può influire sulla prestazione sportiva.

 

La prima riguarda l’influenza che esso ha su come gli atleti percepiscono gli avversari, che a sua volta è in grado di influenzare le loro aspettative di performance.

I ricercatori notarono infatti che i giocatori che esibivano una postura eretta e il contatto oculare, durante le fasi di riscaldamento, fossero percepiti come più assertivi, più competitivi e più in forma rispetto agli altri. Inoltre, chi sapeva di dover affrontare questi giocatori percepiva di avere meno chance di batterli.

 

Una postura dominante in un atleta, cioè le posture che, come succede nel mondo animale per stabilire le gerarchie, portano a far occupare al corpo più spazio, ad espanderlo, era percepita come un atleta migliore. Inoltre, l’effetto di un linguaggio del corpo dominante agisce anche dopo: un’autentica espressione di vittoria (es. braccia alzate, petto in fuori, dimostrazione di aggressività in stile “whos’s the boss”) pare rinforzi anche lo spirito di squadra.

 

La comunicazione a livello non verbale risulterebbe allora uno strumento molto potente che può influenzare sia la percezione degli avversari, che quella dei propri compagni.

 

La seconda modalità con cui il non verbale influenza la prestazione sportiva è invece legata al feedback somato-sensoriale.

La componente motorio-gestuale del linguaggio pare agisca non solo per comunicare all’esterno, ma anche all’interno, modificando la produzione di alcuni importanti ormoni dell’organismo, in particolare testosterone (l’ormone dell’aggressività, del potere personale e della competizione sessuale) e cortisolo (l’ormone legato alla resistenza passiva allo stress e alla sottomissione).

 

In uno studio, persone che avevano assunto posture aperte e dominanti (simili a quelle di un gorilla pronto alla sfida) prima di affrontare una situazione di stress, reagirono meglio di quelli che non lo fecero: avevano incrementato i livelli di testosteronediminuendo quelli di cortisolo, calibrando di conseguenza la percezione di sé verso un maggiore controllo della situazione.

Ricapitolando, è stato confermato da alcuni studi che il nostro particolare linguaggio corporeo può influenzare sia le percezioni che gli altri hanno di noi, sia la nostra stessa autopercezione, lavorando come un potente strumento di feedback. 

 

Lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a diventare consapevole del proprio linguaggio non verbale ed a modificarlo per renderlo maggiormente prestativo ed efficace.

 

Riferimenti:

  • Carney, Dana R., Amy J. C. Cuddy, and Andy J. Yap. 2010. “PowerPosing: Brief Nonverbal Displays Affect Neuroendocrine Levels and RiskTolerance.” Psychological Science 21 (10): 1363–68. doi:10.1177/0956797610383437.
  • Soussignan, Robert. 2002. “Duchenne Smile, Emotional Experience, and AutonomicReactivity: A Test of the Facial Feedback Hypothesis.” Emotion (Washington, D.C.) 2 (1): 52–74.
  • Greenlees, I.; Buscombe, R.; Thelwell, Richard; Holder, T.; Rimmer, M.. 2005 “Impact of opponents’ clothing and body language on impressionformation and outcomeexpectations.” Journal of Sport &ExercisePsychology, Vol. 27, No. 1, 2005, p. 39-52.
  • Furley P., Dicks M, MemmertD.. 2012 Feb; “Nonverbalbehavior in soccer: the influence of dominant and submissive body language on the impressionformation and expectancy of success of soccer players”.Journal of Sport ExercisePsychology 34(1):61-82
  • Masters R1, Poolton J, van derKamp J. 2010. “Regard and perceptions of size in soccer: betterisbigger”.Perception39(9):1290-5.

 


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i 4 punti cardinali della buona Performance

 

A cura di Miriam Jahier 

 

 

La prestazione di un giocatore, in qualsiasi tipo di sport,  è condizionata da quattro capacità fondamentali, quattro punti cardinali su cui orientare una buona gara, che possono essere preparati e allenati dallo psicologo dello sport, in integrazione con le altre figure tecniche necessarie ad un atleta.

Questi quattro punti cardinali per una buona prestazione sono:

  • Capacità tecnico/tattiche (il Nord): capacità di eseguire movimenti efficaci ed efficienti adatti a risolvere le situazioni di gioco, specifiche in rapporto alla disciplina scelta
  • Capacità coordinative (l'Ovest): capacità che si sviluppano su condizioni neurologiche, fisiologiche e psicologiche, che permettono all’individuo di apprendere, controllare, regolare,  trasformare e adattare il movimento
  • Capacità condizionali (il Sud): la resistenza, la forza e la velocità
  • Capacità psicologiche (l'Est)

Le capacità psicologiche includono:

  • Le capacità psicomotorie comprendono le capacità senso-percettive, di differenziazione, di rappresentazione, di anticipazione e di preparazione all’azione.
  • Gli aspetti emozionali sono molto problematici in età giovanile e variabili negli stessi giocatori adulti, anche in funzione delle attività definite open o closed-skill. Le tensioni e lo stress possono produrre poi situazioni positive, arrivando a una condizione alterata di coscienza con controllo della situazione, la  "peak performance", ma anche a situazioni contrarie, dove l’alterata coscienza porta a confusione e stordimento, il "choke".
  • Le capacità attentive prevedono la selezione degli stimoli, che cambiano a seconda che ci si trovi in situazioni di addestramento o di allenamento o di gara e si modificano in rapporto alla motivazione e ai tipi di rinforzi.
  • La memoria che comporta poi processi differenti, legati non solo alla struttura stessa, ma anche ai tipi di rinforzi o feedback dati e all’attivazione necessaria e ottimale.

Dunque, quali metodi usare che si dimostrino più efficaci per l’allenamento di questi requisiti?

Sono la collaborazione e l’integrazione di figure professionali differenti, quali preparatore atletico, allenatore, psicologo dello sport e nutrizionista a fare la differenza nella preparazione e nella formazione dei giovani, degli atleti e dei team.


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SPORT, FAMIGLIA E SALUTE

A cura della Dott.ssa Marina Gerin

 

Tuo figlio ha piu' di 10 anni?

«Se tuo figlio ha superato i 10 anni, lo sport ideale da fare insieme è il tennis», propone la Marina Gerin Birsa, psicologa dello sport a Gorizia.

«Sarà un’occasione tutta vostra per stare insieme, diventando più uniti, più affiatati».

Tutti sanno che lo sport è fondamentale per lo sviluppo fisico dei bambini e perché allora non provare a farlo tutti insieme?

Certo, quando i figli sono piccoli è più facile... Ma c’è speranza anche con gli “sdraiati”, gli adolescenti più recalcitranti. «Allenarsi insieme trasforma la famiglia in un team, che collabora per un obiettivo concreto», commenta .

Vedrai, basta musi lunghi e facce annoiate e, in più, tu ti godi un’estate in piena forma.

Tutti sanno che lo sport è fondamentale per lo sviluppo fisico dei bambini e perché allora non provare a farlo tutti insieme?

Certo, quando i figli sono piccoli è più facile... Ma c’è speranza anche con gli “sdraiati”, gli adolescenti più recalcitranti. «Allenarsi insieme trasforma la famiglia in un team, che collabora per un obiettivo concreto», commenta .

Vedrai, basta musi lunghi e facce annoiate e, in più, tu ti godi un’estate in piena forma.

 

Hai bimbi piccoli: mare o trekking!

«In spiaggia entrate in mare insieme, per nuotare o semplicemente giocare. I bambini vivranno serenamente i primi approcci con le onde e impareranno i primi rudimenti di uno sport fondamentale per diventare più sicuri nella vita», propone la psicologa dello sport.

 

Un altro sport adatto è il trekking.

«Camminare è un’attività naturale, che non preoccupa i bam­bini. Portarli in un ambiente nuovo, magari in mon­tagna, dove potranno scoprire piante e animali sconosciuti, vedere le cime o fermarsi per uno spuntino in un rifugio renderà tutto più divertente, avventuroso. Così manterranno alta l’attenzione e la voglia di camminare, che tra i piccoli cala mol­to velocemente», spiega la psicologa.

 

I tuoi figli sono adolescenti?

«Per chi frequenta la spiaggia, il beach volley è l’attività ideale da condividere con i ragazzi. È una vera sfida che esige anche tattica e una buona intesa nel team in campo, magari genitori contro figli o maschi contro femmine. La partita diventerà un momento capace di coinvolgere e di mettere di buonumore tutta la famiglia», commenta Marina Gerin Birsa.

 

Se cerchi un’attività che riequilibri gli umori in famiglia, l’equitazione fa emergere le qualità di ognuno, rendendo anche i ragazzi più disponibili. «Cavalcare aiuta a prendere le giuste distanze dalle situazioni conflittuali e a superare screzi e piccole discussioni che parevano insormontabili. Inoltre, regala l’opportunità di vivere la natura senza annoiarsi», commenta la psicologa.

 

Siete solo tu e lui?

«Ci vuole uno sport che metta i partner sullo stesso livello, come il tiro con l’arco: la forza muscolare non è predominante e la tecnica ha un ruolo fondamentale. Così può svilupparsi un sano senso di competitività, stimolante per entrambi», spiega la psicologa. D’estate i campi con i bersagli si moltiplicano e puoi cimentarti anche sulla spiaggia o in campagna. «È facile, stimolante e non è faticoso», commenta Gerin Birsa.

 

Anche la vela è un’ottima occasione per fare sport con il proprio partner», aggiunge la psicologa. «In questo caso punta a fare squadra: ognuno ha il suo ruolo a bordo, indispensabile per far veleggiare l’imbarcazione, sfruttare al meglio il vento, viaggiare in sicurezza. Si la­vora insieme, completandosi». L’ideale se lui è più tifoso, che sportivo.

 

Sei una mamma single?

«Approfitta del percorso salute nell’area verde vicino a casa: al fitness abbini la gioia di stare con il tuo bambino, coinvolgendolo negli esercizi.

Il piccolo condividerà il tuo entusiasmo e potrete fare tanti piccoli giochi insieme», consiglia Marina Gerin Birsa.

Diventerà l’occasione per mantenerti in forma, soprattutto se non hai tempo per la palestra.

 


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Allenare la Motivazione

 

La parola motivazione è composta da due concetti chiave: movimento e azione.

La motivazione è una forza che ci spinge fortemente a muoverci verso un'azione, condotti da un'esigenza, un bisogno, un desiderio... spesso sono irrinunciabili, potenti e rappresentano una forza che assume l'aspetto ora di spinta dall'interno, ora di attrazione dall'esterno.

 

Facciamo un esempio: durante un duro allenamento, la fatica ed eventuali variabili esterne avverse possono far vacillare la nostra tenacia nell'andare avanti.

 

Quali sono le forze che entrano in gioco in quei momenti e che ci permettono di resistere

Una spinta interna a perseverare, per non vanificare il lavoro svolto fino a quel punto; e il nostro compagno di allenamento che davanti a noi non fa trasparire alcun segno di cedimento.

In quest'ultimo caso parliamo di motivazione estrinseca, in quanto è il confronto con l'altro a muovere la mia volontà, sono attratto dall'esterno a continuare nella mia azione.

Nel primo caso, invece, la motivazione è intrinseca, nasce dentro di me come spinta interiore: il confronto è con me stesso.

 

Spostiamo ora l'esempio in un contesto di gara.

La posta in gioco si alza: la motivazione estrinseca è rappresentata dal risultato, dall'eventuale premio, dalla medaglia o dalla posizione ambita in classifica, dal tempo prefissato e dai riconoscimenti e apprezzamenti sociali legati all'evento.

Quella intrinseca è legata ad aspetti di autostima, di considerazione di se stessi, alla volontà di fare bene, di fare meglio, di eccellere, non rispetto ad altri, ma con se stessi.

È il concetto di autoefficacia, cioè la “consapevolezza di essere capace di fare”.

 

Non è poco!

 

Più mi sento auto-efficace e più mi diverto, e maggiore è la piacevolezza provata per quello cha faccio, maggiore sarà il mio impegno in termini di tempo e costanza impiegato in quella attività, cosa che porterà ad ulteriore aumento di esperienza ed efficacia.

 

Quale sia il tipo di forza maggiormente vincente tra le due è chiaro.

 

Vale nello sport, come nella vita: qualunque sia l'obiettivo, nel percorrere una strada lunga e faticosa abbiamo bisogno di grosse riserve di spinta interiore, quella che nasce e si allena dentro di noi, con un atteggiamento positivo e propositivo, che punti ad una crescita del tutto personale, a concentrare attenzione ed energie nella prestazione stessa, e non solo nel risultato.

 

Allenare la motivazione comporta, tra le altre cose, un lavoro costante sulla definizione degli obiettivi verso cui dirigere l’azione: è bene che questi siano sempre predefiniti, chiari, condivisi e accettati dall’atleta e dall’allenatore e, soprattutto, realistici e potenzialmente raggiungibili, ma mai sottodimensionati rispetto al potenziale.

 

La percezione di autoefficacia, l’esperienza di prestazione ottimale e gratificante in modo intrinseco, può avvenire solo se percepiamo il compito come sufficientemente difficile e percepiamo noi stessi come sufficientemente competenti.

Quindi, compiti o obiettivi troppo semplici non sono vissuti come motivanti, ma, al contrario, compiti troppo difficili o obiettivi eccessivamente elevati, rispetto alle competenze saranno fonte di frustrazioni ripetute.

 

Quando l’obiettivo non viene raggiunto è necessario abbassarlo di livello, aggiustandolo, per progressivi adattamenti.

Allo stesso modo, se l’obiettivo viene centrato, il livello va spostato in alto, sempre al limite delle proprie capacità.

In questo modo, gli errori non saranno vissuti come un fallimento, ma come feedback per aggiustare il tiro.

 

Obiettivi in movimento dunque, costruiti su misura, plasmati su standard personali e individuali, che comprendano adeguati livelli di difficoltà e di divertimento o piacevolezza, suscettibili di continui aggiustamenti e revisioni.

 

E’ quindi evidente il fatto che promuovere e coltivare la nostra motivazione dipende principalmente da noi stessi: quando tutte le energie, le risorse e le abilità mentali che possiedi sono orientate alla prestazione che stai eseguendo, il premio è dato dal piacere insito nella prestazione stessa, in quanto azione sempre più efficace, consapevole e gratificante. 

 


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LA SUPERSTIZIONE AIUTA GLI ATLETI

 

A cura di Marina Gerin

 

Una ricerca tedesca dimostra che chi porta in campo un portafortuna o segue un rituale particolare prima di giocare ha delle performance migliori. Secondo gli esperti si tratta di un meccanismo mentale che stimola la sicurezza personale.

C’è chi non si fa la barba, chi si tocca i pantaloncini, chi fa rimbalzare la palla 4 volte e poi gira la racchetta, chi, prima di tirare il rigore, recita il suo “rituale mentale personale”…

 

Il mondo dello sport è pieno di scaramantici, che, secondo la scienza, hanno la loro ragione di esistere.

 

Tutto si basa sul "locus of control", la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.

 

Se il locus of control è esterno attribuiamo il nostro successo a fattori estranei, come il caso, la fortuna o la capacità di un amuleto di proteggerci.

 

Se invece è interno, l'individuo ha piena consapevolezza di sè e si affida solo alle proprie capacità per raggiungere la vittoria".

 

Tra gli sportivi prevale la prima situazione. Il cervello cerca una via di fuga, da rischi e fischi, e si aggrappa agli amuleti.

 

Non c'è niente di male, ma la Psicologa consiglia sempre di abbandonare, il prima possibile, la superstizione e tutti i suoi rituali, perché funzionano solo nel breve periodo e solo se funzionano.

 

Nel lungo periodo però, un atleta, per essere tale, deve poter contare solo su se stesso.

 


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NASCE SUI SOCIAL LA CAMPAGNA ANTI DOPING: "PSYKEMON" - PDS - PSICOLOGI DELLO SPORT

Nasce la campagna PdS - Psicologi Dello Sport contro il doping

L’uso di sostanze dopanti è da sempre uno dei principali nemici dei valori sani della competizione sportiva.

Solo nel 2015 i casi di doping sono stati 558 (dati WADA) coinvolgendo più di 82 paesi e soprattutto l’Italia, facendo registrare ben 72 casi nel solo 2015 che la posizionano in testa a questa poco onorevole classifica.

Proprio per questo motivo, PDS – PSICOLOGI DELLO SPORT si pone oggi l’obiettivo di una sensibilizzazione diffusa sul tema doping e sulle possibili contromisure offerte dalla psicologia dello sport, utilizzando una serie di elementi simbolici rappresentati nei video e nelle fotografie attraverso due mascottes, FOCUS e IMAGERY, inerenti le abilità mentali che vengono incrementate attraverso i percorsi di preparazione mentale.

 

Nasce quindi l'iniziativa denominata “Psykemon”, una linea di personaggi che richiama nel nome il famoso gioco dei Pokemon che tutti noi conosciamo, creata appositamente per divulgare la conoscenza del ruolo dello psicologo dello sport nel caso di interventi antidoping, con l’obiettivo di coinvolgere anche le nuove generazioni.

 

Ogni Psykemon rappresenta una specifica abilità mentale che può essere allenata dai programmi di psicologia sportiva.

I primi due personaggi che inaugureranno le prime fasi della campagna saranno il leone FOCUS , che rappresenta l'incremento ed il potenziamento dell'abilità di prestare attenzione, e la lucertola IMAGERY, che rappresenta la capacità di raffigurarsi mentalmente il gesto motorio prima della sua esecuzione.

 

Le nostre mascotte passeranno di mano in mano a tutti gli atleti/allenatori/professionisti del mondo sportivo che vorranno offrirsi da testimonial per veicolare il messaggio:

 

“No Al Doping, Sì Al Mental Training!”

 

La campagna antidoping inizierà attraverso i social media Facebook e Twitter. I “punti” che serviranno per far sviluppare tutti i personaggi saranno legati ai likes ed alle condivisioni (Facebook), oppure al posizionamento dei trend Twitter #pdspsicologidellosport #noaldoping #sialmentaltraining.   

 

Gli atleti e le squadre che hanno partecipato dal mese di Agosto ad oggi sono:

  • Società canottieri Timavo di Monfalcone (GO)
  • A.S.D. Rambla calcio a 5 femminile Vigodarzere (PD)
  • Femal Flag Football team Ranzide Trieste (TS)
  • ASAR basket Romans (GO)
  • Atletica s.martino coop casarsa
  • Team Aldo moro Paluzza
  • Gruppo sportivo Corpo forestale dello Stato.
  • A3 triathlon. Mazzorana Sport.
  • Canoa Club Ferrara (Ccf)
  • Michele Piattella (corsa),
  • Matteo Manferdini (Gymnasium Karate Club)
  • Valentina Sassoli (volley per Pallavolo Voghiera)
  • Sara Pezzutto (nuoto per UISP Nuoto Cordenons) 

Per informazioni o per partecipare alla campagna: info@pdspsicologidellosport.it


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Vuoi costruire la tua prestazione ottimale? Corri verso il tuo Flow!

Quel giorno, in quella gara ho avuto la sensazione che tutto mi riuscisse alla perfezione, il tempo si dilatava, ero padrone della situazione... ero il mio gesto, ero la mia corsa...ed ero completamente coinvolto”.

Questo è ciò che viene definito Flow, un vero e proprio “stato di grazia”, che si può provare nello sport, a qualsiasi livello, ma anche nella vita di ogni giorno nelle tante attività svolte.

La corsa rappresenta una pratica che consente a molti di provare delle sensazioni positive, di benessere.

Infatti, più che negli altri sport, il runner, amatore o agonista che sia, trova soddisfazione semplicemente nel “correre”, non solo nella vittoria o nel piazzamento.

Ogni metro in più corso, rappresenta una piccola conquista che migliora l’autostima, armonizza le risorse della persona e influenza positivamente lo stato emotivo.

 

Vediamo insieme alcuni consigli:

1) Unire azione e coscienza, creare una totale sincronia tra la mente che pensa ed il corpo che agisce.

Provate, durante un allenamento, a fissare un punto ad una decina di metri di fronte a voi mentre correte.

Chiudete gli occhi e raggiungetelo, poi aprite gli occhi quando pensate di aver raggiunto quel punto.

Vi accorgerete che nella vostra mente comparirà l’immagine di voi che correte, del contesto in cui vi state allenando e qualsiasi altro pensiero probabilmente non troverà spazio.

In questi 10-20 metri avrete creato una sincronia tra mente e corpo e ciò renderà ancora più piacevole allenarvi o gareggiare.

 

2) Vivere il momento presente, ovvero sgomberare la mente da ricordi del passato e pensieri legati al futuro.

Provate ad immaginare la nostra mente come se fosse una lavagna.

La nostra lavagna è piena di informazioni, pensieri, impegni, preoccupazioni e ciò ci impedisce di viverci il momento presente così com’è.

Cancellare momentaneamente tutti i segni presenti sulla superficie della lavagna ci permetterà di essere presenti con noi stessi, con ciò che ci circonda in quel momento.

Correre “liberi”, da tali ostacoli mentali, consente di vivere la gara o l’allenamento del momento, diminuendo l’ansia e la preoccupazione.

 

3) Concentratevi sui feedback positivi o negativi, per capire dove state andando.

Imparare a conoscersi significa anche saper utilizzare quei messaggi che ci indicano se stiamo andando nella giusta direzione o se dobbiamo cambiare qualcosa.

Provate a fermarvi alcuni minuti dopo aver percorso i vostri chilometri, assumete una posizione comoda e chiudete gli occhi.

Ripercorrete la corsa appena conclusa, concentratevi sui momenti più importanti, sulle sensazioni più belle che avete percepito.

Fate un confronto tra il prima e il dopo la corsa, come è cambiato il vostro umore? I vostri pensieri? Il vostro corpo?

Il mental training può rappresentare un valido aiuto per raggiungere tale obiettivo.

 

E’ possibile leggere l’intero articolo su: www.siciliarunning.it


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La psicologia dello sport si presenta

Se la parola “psicologo” ti suscita l'immagine di qualcuno sdraiato su un lettino a parlare dei suoi sogni, …beh, allora sappi che lo Psicologo dello Sport lavora sul campo, vicino e insieme ai suoi atleti. 

 Lo Psicologo dello Sport:

  • Da un lato, studia i meccanismi di funzionamento della mente, che concorrono, aiutano, stimolano e promuovono l'allenamento tecnico, tattico e fisico, implicato in qualsiasi disciplina sportiva o attività motoria in generale
  • Dall’altro, spiega all'atleta come funziona la mente in allentamento o in una gara; lo aiuta ad individuare le sensazioni che del suo corpo, insegnandogli a controllarle, gli insegna a gestire le emozioni più difficili, come reagire alla frustrazione, alla fatica, all'ansia, al dolore, alla sconfitta. Lo aiuta a potenziare l'attenzione e le abilità necessarie a migliorare la propria prestazione.

 

In una parola, si “affianca” alla sua crescita: ne favorisce la consapevolezza, lo aiuta a definire obiettivi, strategie, programmi, tempi, ne accoglie le difficoltà, gli consegna strumenti, fino a quando possano essere gestiti in autonomia.

 

Lo psicologo dello sport lavora con atleti evoluti (contemporaneamente al tecnico e al preparatore), così come l’atleta amatoriale, proponendo programmi di allenamento.

 

Per rendere autonomo l’atleta, gli insegna tecniche di gestione dell'ansia o di altre emozioni non funzionali alla prestazione, come i programmi di rilassamento e respirazione applicati allo sport, strategie di incremento dell'attenzione e di visualizzazione.

 

Fornisce un supporto psicopedagogico nei contesti di sport giovanile, favorisce la comunicazione in staff e gestisce le dinamiche di gruppo, promuovendo lo spirito di squadra, di appartenenza e le interazioni tra i vari membri di una società.

 

Promuove il benessere, la salute e l'equilibrio psico-fisico.

 

Pensa adesso ad uno “psicologo dello sport”: vedi una cosa diversa?

 


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Il miglioramento della concentrazione nello sport

 

 In ogni ambito della nostra vita e nello sport veniamo bombardati da una infinità di stimoli e informazioni, ma la mente ne può gestire solo una quantità limitata. Deve quindi decidere, in ogni momento, a cosa prestare attenzione e a cosa no e cioè su cosa concentrarsi.

 

Premesso che, non tutti gli sport sono uguali, in termini di capacità attentive richieste, è certo che in ogni fase dell’allenamento e della gara, lo sportivo deve rivolgere la sua attenzione su qualcosa di preciso ed è importante che sappia allenarsi a dirigerne correttamente il focus, a seconda delle circostanze.

La cosa non è facile, soprattutto perché spesso intervengono, dall’esterno o dall’interno, stimoli disturbatori, per lo più agenti distraenti, emozioni fuori controllo o pensieri negativi, che fanno perdere concentrazione e energie nervose importanti, dirigendo l’attenzione fuori dallo svolgimento dell’azione.

E’ possibile quindi potenziare la concentrazione?

Di seguito qualche suggerimento:

-Isolamento dagli stimoli di disturbo interni: Esercizi di connessione focalizzata sul movimento e sull’azione; esercizi di meditazione ed esercizi di rilassamento e gestione dello stress; gestione del monologo interiore e delle pressioni interne.

-Isolamento dagli stimoli di disturbo esterni: Tecniche di connessione focalizzata sulle sensazioni collegate al movimento; diminuzione delle pressioni dall’esterno; gestione dello stress; focalizzazione sugli obiettivi e sull’azione.

-Elasticità: Proporre esercitazioni che richiedono lo spostamento del focus attentivo; allenare la visione, inserendo stimoli che coinvolgano tutti e 5 i sensi.

-Tenuta dell’attenzione (durata in tutta la gara): Esercitazioni e simulazioni di gara, per allungare la durata dell’intensa concentrazione sul compito, fino ad arrivare a coprire l’intero tempo della prestazione; educare alla applicazione ed alla disciplina.

L’obiettivo finale deve essere quello, avendo limpidi i propri obiettivi e il modo di raggiungerli, di rendere stabile la capacità di connettersi totalmente con ciò che si sta facendo.

La conseguenza di un costante allenamento della concentrazione è anche la maggiore possibilità di sperimentare in gara il flow, cioè quello stato mentale di grazia in cui si è completamente assorbiti nell'azione, si perde la consapevolezza del  tempo, delle pressioni, delle conseguenze della vittoria o della sconfitta e di tutte le distrazioni possibili e ogni gesto viene naturale, spontaneo e perfetto, senza sforzi.

 


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Psicologo dello Sport: competenze e professionalità

 

Definire quali siano le competenze che caratterizzano la figura dello Psicologo dello Sport può essere un compito complesso. Nel 2003, l’ISSP (l’associazione internazionale di psicologia dello sport) ha definito quali sono le competenze, le conoscenze e le tecniche d’intervento fondamentali per poter operare con professionalità nell’area della Psicologia dello Sport e dell’esercizio fisico.

 

In questo documento viene ribadito come la Psicologia dello sport sia un area specifica, che richiede l’integrazione di conoscenze appartenenti sia all’ambito della Psicologia, che delle scienze dello sport e dell’esercizio fisico.

 

Competenza: una definizione

Nel documento viene innanzi tutto definito cosa s’intende per competenze, ovvero quella serie di abilità che dovrebbero essere dimostrate dallo Psicologo che intende lavorare nell’ambito della Psicologia dello Sport.

 

Quali competenze?

Nel documento viene proposto uno schema concettuale di quali siano le aree che rappresentano le competenze specifiche e le possibili applicazioni professionali.

 

Nelle conoscenze vengono individuati quattro aspetti:

  • a) Conoscenze di base: il sapere della Psicologia, le conoscenze specifiche nell’area della Psicologia dello Sport, il sapere relativo all’area delle scienze dello Sport e dell’esercizio fisico;
  • b) Conoscenze relative alla ricerca: modalità di ricerca e di valutazioni in termini scientifici. In questo tipo di conoscenza si trova anche la capacità di presentare e condividere i risultati.
  • c) Conoscenze su misurazione, valutazione e interpretazione dei dati, che permettono al professionista di raccogliere dati e misure (questionari, interviste, colloquio ecc…) in maniera corretta, di formulare ipotesi, di interpretare i dati raccolti, tenendo anche a mente i limiti degli strumenti utilizzati.
  • d) Etica, che riguarda la necessità di tutelare la salute fisica e psicologica di chi richiede una consulenza e di rispettare la confidenzialità del rapporto.
  • e) Standard applicativi: la capacità di costruire procedure d’intervento efficaci e di sviluppo di competenze comunicative.

Per chi volesse approfondire l’argomento, è possibile consultare il documento originale

Bibliografia:

Tenenbaum, G., Lidor, R., Papaianou, A., & Samulski, D. (2003). ISSP position stand: Competencies (occupational standards, knowledge, and practice) and their accomplishment (learning specification, essential knowledge, and skills) in sport and exercise psychology. International Journal of Sport and Exercise Psychology, 1, 155-166


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